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PRINCIPALI RISULTATI  Pagina iniziale
SOTTOPROGETTO 2
Atlante dell'invecchiamento della popolazione
Vent'anni di evoluzione nelle provincie e nei comuni italiani
a cura di
Agostino Lori, Antonio Golini, Bruno Cantalini, Paola Bruno, Federica Citoni, Fernando Paganelli

PREFAZIONE
INTRODUZIONE
1 - ALCUNI ASPETTI DEMOGRAFICI DELL'INVECCHIAMENTO 
1.1 - Sul concetto di vecchiaia e di soglia d'ingresso 
1.2 - Andamento della fecondità e della mortalità 
2 - POPOLAZIONE ANZIANA E VECCHIA NEL CONTESTO INTERNAZIONALE 
2.1 - Mondo 
2.2 - Italia 
3 - ANALISI TERRITORIALE DELL'INVECCHIAMENTO IN ITALIA 
3.1 - Regioni 
3.2 - Provincie 
3.3 - Livello locale 
3.3.1 - Provincia di Asti: area di espansione e di spopolamento 
3.3.2 - Provincia di Foggia: area di espansione e di spopolamento 
3.3.3 - Differenze territoriali subcomunali: il caso Venezia 
3.3.4 - Una breve conclusione
4 - ALCUNI ASPETTI SOCIALI DELL'INVECCHIAMENTO DELLA POPOLAZIONE 
4.1 - Le famiglie di anziani 
4.2 - L'anziano e il ricovero in istituzioni 
4.3 - Grado di istruzione degli anziani 
4.4 - Anziani e occupazione 
5 - AREE PROBLEMATICHE, POLITICHE E POSSIBILI INTERVENTI PER LA POPOLAZIONE CHE INVECCHIA 
5.1 - Considerazioni generali 
5.2 - Aree di interesse sociale ed economico 
5.3 - Politiche e possibili interventi 
5.4 - Considerazioni conclusive 
BIBLIOGRAFIA

PREFAZIONE

Negli ultimi decenni tutta l'attenzione e l'impegno dell'opinione pubblica e della classe politica sono state rivolte alle grandi trasformazioni economiche e sociali del Paese, alle grandi vicende politiche - e alle sanguinose lotte che le hanno accompagnate. Si è trattato di trasformazioni rapide e profonde che hanno radicalmente modificato, e in qualche caso sconvolto, l'intera struttura della società.

Fino a pochissimi anni fa invece molta minore attenzione è stata data alla parallela, grande trasformazione demografica - evidentemente e largamente interagente con quella socio-economica - che ha non di meno alterato, ma assai più "silenziosamente", popolazione e società. Negli anni '70 e '80 anche in campo demografico si sono infatti avuti netti mutamenti di tendenza: dopo il baby-boom degli anni '60, culminato nel 1964, la fecondità si è progressivamente ridotta e ha negli anni recenti registrato i livelli i più bassi del mondo (1,2-1,3 figli per donna); la durata media della vita si è allungata al di là di ogni ottimistica previsione, superando i 74 anni per gli uomini e gli 81 per le donne; l'emigrazione verso l'estero ha lasciato il posto a consistenti flussi d'immigrazione dal Terzo mondo e dai Paesi dell'Europa orientale.

Con il ridursi delle nuove leve e il sempre più accentuato permanere in vita delle vecchie generazioni uno dei principali problemi del Paese - comune peraltro a tutti i Paesi a sviluppo avanzato - è diventato quindi quello dell'invecchiamento della popolazione, per l'incremento sia del numero delle persone anziane e vecchie, sia della loro proporzione sul complesso della popolazione. Un processo questo demograficamente inevitabile che prende le mosse da fatti straordinariamente positivi - il sempre maggiore e vincente controllo sulle nascite indesiderate e sulla morte precoce - ma che ha tante e tali ripercussioni a livello macro e micro (sistema previdenziale, assistenziale, sanitario, dei consumi, per fare solo qualche riferimento) da essere finalmente entrato nel dibattito politico quotidiano.

In generale il problema maggiore dell'invecchiamento riguarda la capacità da parte di ogni sistema nazionale e sub-nazionale di trovare efficaci e tempestivi adeguamenti della struttura sociale ed economica all'accresciuto peso assoluto e relativo della popolazione anziana - e in particolare di quella ultraottantenne, dei cosidetti "grandi vecchi". Problema tanto più complesso in quanto le trasformazioni demografiche agiscono in modo lento e silenzioso e non è quindi facile saperlo individuare e saper trovare tutti gli strumenti necessari per mettere in atto le risposte politiche, culturali, psicologiche e organizzative necessarie, e per fare in modo che l'invecchiamento demografico non si tramuti in processi patologici - decadimento economico, culturale e politico - dalle incontrollate e pericolose conseguenze.

Il problema è reso ancora più difficile dalle straordinarie differenze territoriali esistenti tra regione e regione, provincia e provincia e, all'interno della stessa provincia, tra comprensori di comuni e singoli comuni. E' questa diversificazione che rende necessaria un'analisi accurata dell'invecchiamento della popolazione sul territorio italiano - la cui caratteristica è quella di essere amministrativamente suddiviso in un numero grandissimo di unità elementari (8100 comuni al 1991).

Con questa volume, frutto di una ricerca svolta nell'ambito del Progetto Finalizzato Invecchiamento (Sottoprogetto 2) del Consiglio Nazionale delle Ricerche, l'IRP si propone di fornire un quadro estremamente dettagliato dell'invecchiamento della popolazione italiana sul territorio, fornendo per ciascuna delle regioni italiane rappresentazioni cartografiche e tabelle di sintesi che evidenziano a livello comunale l'evoluzione del fenomeno nel corso di un ventennio, dal 1971 al 1991.

L'Atlante dell'invecchiamento si colloca quindi nel quadro delle iniziative tese a dare, in primo luogo agli amministratori locali, precisi elementi di conoscenza e a stimolare il dibattito sui problemi, le conseguenze e le esigenze di intervento politico che le attuali tendenze demografiche pongono alle società moderne. Per i suoi contenuti si ritiene che esso oltre che essere un mezzo divulgativo di alcune delle problematiche legate all'invecchiamento sia anche uno strumento di consultazione e di lavoro per gli operatori e gli studiosi di pianificazione territoriale.

L'Atlante, nel testo e nelle tavole provinciali e comunali, era stato del tutto predisposto già un anno fa, epoca in cui avrebbe dovuto vedere la luce, ma da un lato nella pubblicazione di alcuni dati del Censimento 1991 a livello regionale si è avuto qualche ritardo (che ancora perdura per i dati nazionali) e a livello comunale qualche rettifica (che porta con sé la parallela rettifica del totale provinciale, regionale e nazionale), e dall'altro lato le trattative con editori privati per una edizione commerciale si sono a lungo prolungate. Tutto questo ha comportato non solo il differimento di almeno un anno nella pubblicazione, ma anche qualche disfunzione nel contenuto; per esempio, i dati relativi all'Italia in complesso che qui compaiono sono, sia per ragioni di comparabilità internazionale sia per il ritardo di cui s'è detto più sopra, di fonte Onu, mentre quelli relativi a regioni, provincie e comuni sono tutti di fonte Istat. Ma rinviare ancora la pubblicazione per rimettere mano al testo e ad alcune tabelle o per attendere la conclusione delle trattative con gli editori commerciali avrebbe fatto perdere ulteriormente di tempestività ai dati e quindi di importanza operativa all'opera.

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INTRODUZIONE

Uno degli obiettivi principali dell'Atlante è quello di delineare un quadro del processo di invecchiamento allo scopo di fornire dati sulla consistenza e sulla evoluzione della popolazione anziana e vecchia, anche in rapporto al contesto internazionale e a vari livelli territoriali.

Lo strumento principale con cui si intende perseguire tale obiettivo è la documentazione statistica e cartografica. Si è pertanto fatto ricorso, in larga misura, all'ausilio della cartografia allo scopo di visualizzare, in modo semplice ed efficace, la geografia dell'invecchiamento a livello comunale. Ciò è risultato particolarmente utile per evidenziare le fortissime differenze territoriali esistenti e per individuare l'esistenza di comprensori omogenei per livello di invecchiamento della popolazione.

Un altro obiettivo del lavoro è stato quello di sviluppare un adeguato supporto informativo per la pianificazione a livello locale, fornendo ai responsabili della programmazione socio-sanitaria (Regioni, Province, consorzi di comuni, USL) le basi conoscitive del fenomeno dell'invecchiamento della popolazione al fine di operare sugli anziani interventi (strutture e servizi) mirati ed efficaci. Tale Sistema Informativo, denominato CARTECO (Cartografia Tematica Computerizzata), sviluppato, per quanto concerne la parte demografica, in collaborazione con la DICOSOFT, va ad aggiungersi alle banche dati demografiche a livello comunale attualmente disponibili nel nostro Paese.

Il fenomeno dell'invecchiamento viene esaminato in questo lavoro secondo uno schema (dal generale al particolare) che prevede un progressivo approfondimento via via che si scende nel dettaglio territoriale.

Verranno dapprima esaminate alcune questioni di tipo generale collegate alle problematiche dell'invecchiamento (concetto di vecchiaia, evoluzione della fecondità e della mortalità) e in seguito viene tracciato un quadro sintetico del fenomeno sia a livello internazionale che nazionale.

In particolare l'analisi del fenomeno, condotta mediante alcuni indicatori demografici e socio-economici, ha riguardato innanzitutto la situazione demografica attuale e le tendenze passate e future della popolazione anziana italiana in un contesto internazionale. In ambito nazionale l'evoluzione (1971-91) dell'invecchiamento è stata analizzata dapprima a livello regionale e provinciale e, successivamente, focalizzata su due casi di specie, le provincie di Asti e Foggia al cui interno sono state delimitate due aree, la prima caratterizzata da spopolamento - e quindi da forte vulnerabilità demografica sociale ed economica - la seconda da incremento di popolazione (area di espansione).

Viene poi esaminato il grado di invecchiamento riscontrato all'interno di una città come Venezia dove, analogamente ad altre città italiane di qualsiasi ampiezza demografica (Roma, Bologna, Siena, ecc.), il fenomeno risulta molto più accentuato nel Centro Storico che nelle restanti aree in cui è suddiviso il suo territorio.

Infine vengono esposte alcune riflessioni sulle esigenze politiche e sui possibili interventi che le attuali tendenze della popolazione pongono alle società a sviluppo avanzato.

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1 - Alcuni aspetti demografici dell'invecchiamento

1.1 - Sul concetto di vecchiaia e di soglia di ingresso

Per una corretta analisi del fenomeno "invecchiamento" occorre preliminarmente chiarirne i confini. Il concetto di vecchiaia è un concetto esteso e molto difficile da circoscrivere. A livello individuale è possibile definire l'anziano in termini biologici, psicologici, demografici, previdenziali; a livello collettivo si può parlare di invecchiamento della popolazione dal basso (per effetto della riduzione della fecondità e quindi della sempre minor misura con cui viene alimentato il sistema popolazione) e dall'alto (riduzione della mortalità in età avanzate e quindi della sempre maggior permanenza degli effettivi anziani e vecchi nel sistema).

Una possibile chiave unificante è la "soglia" di ingresso della vecchiaia in quanto l'età è senz'altro un fattore causale in molte delle dinamiche connesse con l'invecchiamento, soprattutto quelle a livello individuale. Tale parametro - l'età - non andrebbe inteso come soglia per individuare, tout court, l'ingresso nella vecchiaia (60 o 65 anni, soglia convenzionalmente fissata in base all'età di uscita dal mondo del lavoro e collegata alla fase del pensionamento), ma come termine di riferimento relativo. Per identificare questa soglia in modo più complesso è opportuno ridefinire il concetto stesso di vecchiaia alla luce di quei mutamenti che hanno direttamente influenzato questo periodo della vita umana.

I progressi della scienza medica, i miglioramenti della situazione igienica, alimentare e lavorativa hanno prolungato la vita e sembrano anche aver spostato in avanti l'età della "decadenza fisica" e della vecchiaia. Contemporaneamente la variazione delle durate e dei ritmi di lavoro, così come dell'esistenza quotidiana, e l'instaurarsi di una scala di valori diversa ne hanno trasformato la concezione tradizionale, il senso e il valore sociale e culturale. Mentre un tempo la vecchiaia era la fase della saggezza e dell'equilibrio morale, e l'anziano era la memoria storica della società, il custode della tradizione e il detentore di un patrimonio di esperienza professionale tramandabile alle generazioni future, oggi la cultura dominante è quella della last information, della rincorsa all'ultima notizia, dell'aggiornamento continuo: si è proiettati verso un progresso che sembra rinnegare, o quanto meno dimenticare, le sue origini.

Per la società l'anziano ha meno significato di un individuo in età attiva: si riduce il suo ruolo sociale ed economico al momento del pensionamento, con il termine cioè dell'attività lavorativa. L'anziano inoltre può perdere una condizione di salute "ottimale" e l'autosufficienza con il graduale subentro di malattie croniche invalidanti, di processi di deterioramento cognitivo, con l'insorgenza di handicap più o meno gravi; alle volte tutto ciò può interagire in modo conflittuale con il contesto sociale e diventare ancora più grave.

Il primo passo utile per l'individuazione di una chiave unificante può essere fatto passando da un'analisi statica della vecchiaia come condizione globale a un'analisi dinamica dei processi di invecchiamento. Ecco perché ad alcuni autori è sembrato più razionale fissare la soglia della vecchiaia non già in funzione della vita trascorsa dalla nascita (60 o 65 anni), ma in funzione di quella residua, ossia del numero di anni (n) che in media un individuo può ulteriormente aspettarsi di vivere (Rider, 1975). Secondo questo criterio, scegliendo per esempio n=10 l'età di soglia si è spostata in avanti: era di 65 anni per entrambi i sessi nel 1901, è passata nel 1990 a circa 73 anni per gli uomini e 77 per le donne (Istat, 1993).

Il semplice riferimento al rischio di morte non è però sufficiente a definire in maniera esauriente il fenomeno dell'invecchiamento; il modo più coerente di descrivere un fenomeno così complesso sarebbe una valutazione che lo inserisca in un contesto più ampio: efficienza fisica e mentale, quindi condizione di autosufficienza e qualità della vita. In tale contesto si colloca la proposta metodologica avanzata dalla Egidi (1988) che considera l'individuo "anziano" non più sulla base del numero di anni che ha ancora da vivere, ma in base al numero di anni che può aspettarsi di vivere in buona salute.

Tale nuove ottiche attraverso cui osservare il fenomeno dell'invecchiamento, potrebbero consentire di riconsiderare e ridimensionare il problema dell'aumento della popolazione anziana nelle società moderne e delle sue conseguenze economiche e sociali.

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1.2 - Andamento della fecondità e della mortalità

L'invecchiamento è, come si è già detto, il risultato della rarefazione dei due eventi fondamentali della vita di una popolazione, la nascita e la morte. E infatti nei Paesi occidentali, e in Europa in particolare, il sensibile allungamento della durata media della vita e la diminuzione della fecondità hanno modificato profondamente nel corso degli ultimi decenni la struttura della popolazione.

In Italia il livello della fecondità era all'inizio degli anni '50 ancora superiore al valore che assicura la sostituzione dei due genitori (2,1 figli in media per donna); al 1993 il nostro Paese è, tra quelli della Unione europea, quello che detiene, peraltro già da qualche anno, il primato della più bassa fecondità del mondo (1,22 figli per donna).

Nei Paesi in via di sviluppo, invece, la discesa della fecondità, pure sensibile, non ha ancora ridotto in maniera consistente le nascite che anzi continuano a crescere in valore assoluto per il grande numero di persone che si trovano in età feconda.

Le differenze nella sopravvivenza tra i Paesi a sviluppo avanzato (PSA) e quelli in via di sviluppo (PVS) sono molto marcate: attualmente un neonato del Kenya può aspettarsi di vivere 59 anni, cioè 20 anni in meno di un neonato del Giappone, Paese più longevo del mondo.

La distanza tra i Paesi sviluppati e quelli in via di sviluppo è destinata a ridursi (A causa, tra l'altro, dei progressi dell'organizzazione sanitaria, dei miglioramenti della situazione igienica, alimentare e del livello d'istruzione nonché dell'evoluzione dei processi produttivi, della prevenzione e controllo della nocività in ambiente di lavoro nei PVS.) nell'arco di 45 anni (1950-1995) mentre nei PSA la vita media si è incrementata di 7 anni (11 in Italia), nei PVS tale guadagno è risultato superiore di 3 volte.

In Italia, nel 1990, la vita media alla nascita (In Italia la durata media della vita era nel 1881 di 35 anni sia per gli uomini che per le donne. Alla fine del XIX secolo una persona su tre riusciva a toccare il traguardo dei 60 anni e solo una esigua minoranza (6-7 per cento) raggiungeva gli 80 anni. A distanza di 90 anni, nel 1990, il 93% di una generazione di donne è arrivata a toccare il traguardo dei 60 anni (uomini: 86%) ed il 62% gli 80 anni (uomini: 39%); nello stesso arco di tempo la speranza di vita alla nascita è aumentata di 31 anni per gli uomini e di 37 per le donne.) ha toccato il traguardo dei 73,6 anni per gli uomini e 80,2 per le donne. Differenze notevoli della vita media, pari a 8 anni, si osservano ancora tra i Paesi del Nord Europa (Svezia, Norvegia: 77,9 anni) e quelli dell'Est Europa (Ungheria, Romania: 70 anni).

In tutte le società sviluppate le donne vivono in media più a lungo degli uomini: nel 1990-95 la durata media della vita femminile supera quella maschile di 9 anni nella ex URSS, di circa 8 anni in Francia, di 6-7 anni in quasi tutti i Paesi europei (inclusa l'Italia) e nel Nord America. In Italia nell'arco di un quarantennio (1950-1990) il numero medio di anni ulteriori che una sessantenne può sperare di vivere è aumentato da 17,5 a 23; gli uomini della stessa età, invece, a causa della supermortalità maschile hanno fatto registrare nello stesso periodo un guadagno di vita media residuo molto più contenuto. Tutto questo fa si che l'invecchiamento colpisca molto di più la popolazione femminile di quella maschile.

Quanto alle prospettive, si pensa da parte di vari studiosi (biologi, geriatri, demografi) che, alla luce delle cognizioni attuali, la vita media possa in un prossimo futuro ulteriormente allungarsi. Tale prolungamento della vita non può a priori definirsi né positivo né negativo: molto dipenderà da come l'individuo e la società si porranno di fronte ad esso, e da come verranno risolti molti dei problemi, specie sanitari, inerenti l'invecchiamento individuale e collettivo.

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2 - Popolazione anziana e vecchia nel contesto internazionale

2.1 - Mondo

L'invecchiamento costituisce, almeno per ora, un problema del mondo sviluppato. Infatti i Paesi a sviluppo avanzato (PSA), nonostante abbiano al 1990 soltanto il 23% della popolazione mondiale (UN, 1993), comprendono il 42% (206,5 milioni su 489,3) degli ultrasessantenni (In questo contesto è stata adottata, in accordo con la letteratura internazionale, la seguente classificazione della popolazione anziana: 60/65 anni ed oltre (complesso degli anziani); 80 anni ed oltre (grandi vecchi).) e il 59% degli ultraottantenni (31,3 milioni su 52,9). Le persone con 60 anni e oltre rappresentano, al 1990, il 17% del totale della popolazione nei PSA contro il 6,9% dei Paesi in via di sviluppo (PVS); i grandi vecchi costituiscono invece il 2,6% nei PSA e lo 0,5% nei PVS.

Se nei Paesi in via di sviluppo il fenomeno è attualmente di scarsa rilevanza, esso tuttavia tende a crescere a velocità fortissima, maggiore di quella dei PSA. Nei primi infatti gli ultrasessantenni dovrebbero, fra il 1990 e il 2020, passare da 283 a 712 milioni con un incremento del 151%; nei secondi invece dovrebbero salire da 206,5 a 317 milioni con un incremento del 53% (Europa: da 95 a 132 milioni; +39%).

L'influenza che l'intensità e la velocità dell'invecchiamento hanno nel determinare la forma della piramide delle età (La parte bassa della piramide dell'età alimentata da un flusso di nascite che si riduce anno dopo anno, va assumendo in tutti i paesi occidentali una forma di fuso. Nei paesi in via di sviluppo, invece, la discesa della fecondità non ha ancora ridotto in modo rilevante le nascite che al contrario continuano ad aumentare in valore assoluto per il grande numero di persone che si trovano in età feconda.) e le sue modificazioni si può evidenziare dal confronto, in tempi successivi (1950, 1990 e 2020), della distribuzione per età di un Paese "vecchio" come l'Italia e uno "giovane" quale il Kenya (E' stato scelto, come termine di confronto, questo Paese in quanto secondo le previsioni ONU dovrebbe al 2020 pervenire ad un ammontare di popolazione (55 milioni) più o meno equivalente a quello dell'Italia (54 milioni)).

Per l'Italia al 1990 risulta evidente la riduzione della base della piramide dell'età a causa della denatalità, mentre la parte centrale appare rigonfiata in conseguenza del baby boom degli anni '60. Tale tendenza è destinata ad accentuarsi nei prossimi trenta anni come si evince dai risultati delle proiezioni Onu relative al 2020. Sensibili mutamenti sono previsti anche per il Kenya dove la piramide dell'età, nel periodo 1990-2020, dovrebbe assumere una forma caratterizzata da una base (bambini e giovani) alquanto ridotta rispetto a quella larghissima del 1950.

La Svezia è attualmente il Paese sviluppato più "vecchio" del mondo, con il 22,8% di ultrasessantenni e il 4,2% di ultraottantenni (1990); il Giappone è, d'altra parte, il Paese che invecchierà con la maggiore velocità: la proporzione di ultraottantenni pari al 2,2% nel 1990 dovrebbe pervenire al 6,5% nel 2020. Nell'ambito della Unione europea l'Italia - insieme con Germania e Regno Unito - è uno dei Paesi più vecchi, con valori pari rispettivamente al 19,8% e 3,0% della popolazione totale che per di più tendono a crescere assai rapidamente.

Nei Paesi a sviluppo avanzato, con sessanta anni o più c'era 1 persona su 9 nel 1950 e dovrebbe essercene 1 su 4 nel 2020; con ottanta anni e più 1 persona su 100 nel 1950 e 1 su 24 nel 2020. Una rivoluzione di straordinaria portata consumata nell'arco di soli settanta anni.

Quindi se l'invecchiamento oggi è un fenomeno tipico dei PSA, presto interesserà intensamente anche il resto del mondo.

Così come il XX secolo sarà stato il secolo della grande crescita demografica, il XXI dovrebbe essere quello del grande invecchiamento.

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2.2 - Italia

La grande svolta dell'invecchiamento si è avuta in questo secolo: il numero delle persone con meno di 20 anni, che durante i primi ottanta anni del secolo si era mantenuto ad un livello abbastanza costante di 15-17 milioni (Golini e Lori, 1990), dovrebbe nel corso dei prossimi quaranta anni registrare un forte decremento che lo porterebbe ad attestarsi, intorno al 2020, su poco meno di 9 milioni. Al contrario, gli ultrasessantenni che al 1950 ammontavano a poco meno di 6 milioni hanno nel corso di quaranta anni (1950-90) quasi raddoppiato la loro consistenza numerica; tale aggregato dovrebbe, secondo le stime delle Nazioni Unite (UN, 1993), registrare un aumento di 4,3 milioni di unità e raggiungere nel 2020 quasi i 16 milioni, pari al 29,3% della popolazione totale. Lo scambio numerico giovani-vecchi dovrebbe verificarsi in Italia, primo Paese nello storia dell'umanità, nel 1995; più avanti negli anni, nel corso del XXI secolo, si verificherà poi per tutti gli altri Paesi.

Per quanto concerne l'evoluzione (1950-2020) dei vari segmenti della popolazione italiana: nel 1950 la popolazione totale ammontava a 47,1 milioni di abitanti, il 34,8% dei quali aveva meno di 20 anni e il 12,2% ne aveva più di sessanta; a quell'epoca vi erano circa 3 giovani per ogni anziano. Nel periodo 1950-1990 i giovani decrescono fino a toccare il 25% della popolazione totale, mentre la proporzione di anziani sale al 19,8%. Di particolare rilievo, per le sue molteplici conseguenze, è il forte aumento della popolazione ultraottantenne che nel periodo 1950-90 si è quasi quadruplicata, passando da 510 mila a 1,7 milioni di unità. Si stima che nei prossimi trenta anni le persone con più di 80 anni potrebbero ammontare a 3,2 milioni di unità, pari al 6,1% della popolazione totale. Il peso di tale contingente all'interno della popolazione anziana è destinato ad aumentare considerevolmente e potrebbe raggiungere, nel 2020, un valore pari a 21% (8,8% nel 1950).

Il maggior rischio di morte cui sono sottoposti i maschi a tutte le età della vita, e in misura rilevante anche nelle età anziane e senili, comporta che la popolazione anziana sia sempre più composta da donne: per gli ultraottantenni al 1990 il rapporto tra i due sessi era di due femmine per ogni maschio. Questo aspetto è di fondamentale importanza per alcune considerazioni riguardanti l'assistenza socio-sanitaria, perché gli ultraottantenni e in particolare le donne, rappresentano la fascia di popolazione con i maggiori bisogni assistenziali, dato l'alto grado di co-morbilità e di disabilità che li caratterizza (Crepaldi, 1994) e perché mentre l'assoluta maggioranza dei maschi vecchi si trova a vivere la vecchiaia in coppia, l'esatto contrario avviene per le donne vecchie.

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3 - Analisi territoriale dell'invecchiamento in Italia

A rendere più complesso il quadro dell'invecchiamento della popolazione contribuiscono in modo significativo oltre, alla velocità, alla intensità e alla durata del fenomeno, anche le forti differenze interregionali e intraregionali che si rilevano all'interno dei vari Paesi.

Per quanto concerne i primi due aspetti l'esame del trend della percentuale di ultrasessantenni relativo agli ultimi 130 anni (1861-1991) evidenzia che in Italia il fenomeno si è sviluppato secondo due diverse velocità arrivando ad una intensità assai rilevante. Infatti mentre nei primi novanta anni la proporzione degli anziani si è incrementata soltanto di 6 punti percentuali, ossia duplicata (dal 6,6% del 1861 al 12,2% del 1951), nei successivi quaranta anni (1951-1991), a causa soprattutto del perdurare della denatalità, tale quota è aumentata di 9 punti percentuali (1991: 21%). In quest'ultimo periodo si osserva inoltre che la struttura del contingente degli anziani si è profondamente modificata e ulteriormente invecchiata. Per quanto riguarda la durata del fenomeno tutte le proiezioni demografiche lasciano intendere che esso perdurerà per almeno altri 60-70 anni.

Le notevoli differenze nel grado di invecchiamento che si riscontrano all'interno del territorio nazionale vengono di seguito esaminate e approfondite considerando ambiti territoriali via via più ridotti (Regioni, Provincie, zone intraprovinciali di espansione e di spopolamento, livello comunale).

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3.1 - Regioni

Al 1991 sono stati censiti in Italia 8,7 milioni di ultrasessantacinquenni, pari al 15,3% della popolazione complessiva (Si fa riferimento alla popolazione ultrasessantacinquenne perché nei fascicoli provinciali del censimento del 1991 si è adottata una classificazione della popolazione per classi di età che non consente di evidenziare quella con più di 60 anni, ma soltanto quella con più di 65 anni. Questa è una decisione dell'Istat che non ci sentiamo di condividere in quanto studiosi e amministratori non hanno la possibilità di scegliere fra le età 60 e 65 anni, ma viene imposta a tutti (a meno che non si abbiano i dati su supporto informatico) la soglia dei 65 anni.). Nell'intervallo 1971-1991 la popolazione anziana è aumentata di 2,6 milioni di unità (+42,6%), cioè di 4 punti percentuali. Il fenomeno si presenta con intensità diversa nelle due grandi ripartizioni: al 1991 nel Centro-Nord la percentuale di anziani (16,7) supera quella del Mezzogiorno (12,9) di quasi 4 punti percentuali. Differenze più consistenti si osservano in ambito regionale: la Campania - nella quale la fecondità si è mantenuta relativamente elevata fino alla prima metà degli anni '80 - risulta la regione più "giovane", con un anziano ultrasessantacinquenne ogni 9 abitanti al 1991, mentre la Liguria - dove la denatalità è stata più precoce e intensa che in qualsiasi altra regione italiana - è quella più "vecchia", con un anziano ogni 4,6 abitanti.

L'ulteriore invecchiamento della popolazione emerge anche dall'indice di vecchiaia (ultrasessantacinquenni per ogni 100 persone con meno di 15 anni) che per la Liguria e l'Emilia Romagna si è, dal 1971 al 1991, più che raddoppiato, passando rispettivamente da 84 a 204 e da 66 a 171 anziani per 100 giovani.

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3.2 - Provincie

Molto più ampia è la variabilità del livello dell'invecchiamento che si riscontra fra provincia e provincia e fra zone territoriali all'interno di una stessa provincia.

Alla luce dei dati relativi al Censimento del 1991 si osserva come l'invecchiamento in ambito provinciale abbia raggiunto nell'arco di un ventennio (1971-91) livelli molto elevati. Le provincie più vecchie, al 1991, sono quelle localizzate nel Nord-Ovest d'Italia, più precisamente in Liguria (21-22% di ultrasessantacinquenni per tutte le provincie), Piemonte (Alessandria: 22,9%, Asti: 21,9%), Toscana (Siena: 22,7%, Grosseto: 20,4%) ed Emilia-Romagna (Parma e Piacenza: 21,4 e 21,2%). La quota di persone con 65 anni e oltre varia da un minimo del 9,7% della provincia di Napoli ad un massimo del 23,7% di quella di Trieste, dove una persona su 4 era ultrasessantacinquenne e 1 su 9 aveva più di 75 anni.

Altro importante aspetto da esaminare in ambito locale riguarda il rapporto vecchi/bambini: il forte squilibrio tra un rilevante numero di anziani e un ridotto contingente di bambini rappresenta una forma di "stress sociale"; nelle provincie di Trieste, Savona, Asti, Alessandria e Ravenna tale rapporto, al 1991, assume un valore ben superiore a 3 ultrasettantacinquenni per ogni bambino con meno di 5 anni.

Negli ultrasettantacinquenni le femmine hanno visto, nel corso del ventennio 1971-1991 aumentare ulteriormente la loro presenza rispetto ai maschi. Tale squilibrio, più intenso nelle provincie del Nord, decresce via via che si scende verso il Sud; Belluno è la provincia nella quale il valore del rapporto risulta più elevato (225 donne per 100 maschi) mentre Enna quella in cui il divario fra i due sessi si presenta più contenuto (122 femmine per 100 maschi).

L'invecchiamento risulta concentrato da un lato nelle grandi città e dall'altro nei piccoli comuni periferici. Si segnalano, come esempi di un maggiore invecchiamento della popolazione residente nel comune capoluogo rispetto a quello dei restanti comuni della provincia, i dati (indice di vecchiaia) relativi a tutte le provincie lombarde, con Mantova in posizione preminente (capoluogo: 228,6 anziani per 100 giovani con meno di 15 anni; altri comuni: 141,9) e in secondo luogo quelli riguardanti le provincie del Friuli-Venezia Giulia. Una situazione del tutto opposta la si rileva confrontando due realtà locali molto diverse quali Trieste (caratterizzata da comuni con estensione territoriale abbastanza elevata) e Massa Carrara (comuni con ridottissima superficie territoriale): nella provincia di Trieste l'indice di vecchiaia è più alto nel capoluogo (262 anziani per ogni 100 persone con meno di 15 anni) che negli altri comuni mentre nella provincia di Massa Carrara l'indicatore assume un valore molto più elevato nei piccoli comuni, situati nella zona montana, che nel capoluogo.

L'invecchiamento è stato particolarmente rapido e intenso nei grandi agglomerati urbani. A tale riguardo è sufficiente indicare per esempio che nel ventennio 1971-91 l'indice di vecchiaia si è quasi quadruplicato nel comune di Bologna (da 76,5 a 280 anziani per ogni 100 giovani) e più che raddoppiato nei comuni di Firenze e Genova. Permane inoltre tra città e città una grande variabilità: al 1991 l'indice di vecchiaia nel comune di Matera (52) è pari ad un quinto di quello registrato nel comune di Bologna.

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3.3 Livello locale

Il progressivo invecchiamento della popolazione ha riguardato in primo luogo aree ristrette in cui il fenomeno dello spopolamento, iniziato da decenni, è stato causato quasi esclusivamente dall'emigrazione (aree interne, montane, ad economia prevalentemente rurale). In tempi più recenti tale processo investe aree caratterizzate, tra l'altro, da una fecondità molto ridotta e da un saldo naturale fortemente negativo con un rapporto fra nascite e morti molto squilibrato (in alcune realtà locali può essere dell'ordine di 1 a 4 o 1 a 6) che protraendosi nel tempo comporta intensi decrementi della popolazione (Queste aree in cui la struttura della popolazione risulta profondamente alterata sono definite di "malessere demografico" (Golini e Mussino, 1987)).

Dall'esame dei dati relativi all'ultimo Censimento si rileva come nell'arco di venti anni (1971-91) sia sensibilmente modificata la distribuzione dei comuni italiani secondo il livello d'invecchiamento. I dati mostrano infatti che i comuni con una proporzione di ultrasessantacinquenni inferiore al 10% (451 al 1991) si sono ridotti di circa 4 volte (dal 21,8% al 5,6%); in questi comuni risiede, al 1991, il 9,5% della popolazione totale e il 5% di quella anziana. Al contrario, i comuni con un elevato grado di invecchiamento (ultrasessantacinquenni superiori al 25%) sono aumentati di quattro volte (dal 3,5 al 14%); in questi comuni risiede l'1,9% della popolazione totale e il 3,6% di quella anziana. I comuni più anziani si possono individuare nelle zone interne del Centro-Nord, dell'Abruzzo e del Molise, con una proporzione di anziani compresa tra il 40 e il 50 per cento.

Nel nostro Paese la variabilità intercomunale del fenomeno risulta, al 1991, molto ampia (58 punti percentuali): il comune più vecchio è situato nella provincia di Torino (Ribordone: 118 abitanti di cui il 61,9% di anziani con 65 anni e più), quello più giovane è localizzato nella provincia di Milano (Pieve Emanuele: 3,8%; 15.634 abitanti al 1991 contro i 3.500 del 1971).

Esistono nell'ambito di una stessa regione o provincia ragguardevoli divari nell'invecchiamento anche considerando le diverse zone altimetriche, tra aree vitali e dinamiche di collina e pianura e aree interne di montagna a forte regresso demografico. Le notevoli differenze territoriali del fenomeno riscontrate in ambito regionale possono, ad esempio, essere evidenziate esaminando i valori assunti al Censimento del 1991 dai 5 comuni più vecchi e i 5 più giovani. Prendendo come termine di riferimento il valore massimo (comune più vecchio) e minimo (comune più giovane) regionale della percentuale di anziani con 65 anni e oltre si nota che le loro differenze, ordinate secondo una graduatoria decrescente, sono comprese tra i 56 punti percentuali del Piemonte (61,9-5,7%) e i 20 della Valle d'Aosta (29,7-9,6%).

Per fare un esempio della diversa variabilità intraprovinciale del fenomeno sono state messe a confronto due provincie, Asti e Foggia, che hanno sperimentato nel loro interno un diverso percorso demografico, pervenendo al 1991 ad una struttura per età fortemente differenziata, caratterizzata nella provincia di Asti da una consistente quota di popolazione anziana e vecchia.

La provincia di Asti è costituita da un numero elevato di comuni (120) con ridotta estensione territoriale, situati in zona collinare e, per lo più, scarsamente abitati (al 1991 il 37% dei comuni presenta un ammontare di popolazione inferiore ai 500 abitanti e il 33% una consistenza compresa tra i 500 e i 1.000).

Una situazione del tutto opposta si osserva nella provincia di Foggia, costituita da un numero di comuni (64) di gran lunga inferiore a quelli della provincia di Asti, ubicati per la maggior parte in zona pianeggiante e caratterizzati da una maggiore estensione territoriale e da un ammontare di popolazione molto più consistente. La provincia di Foggia comprende, tra l'altro, tre comuni (Cerignola, Manfredonia e San Severo) che al 1991 hanno un ammontare di popolazione (55-58 mila abitanti) paragonabile a quello di una città come Cuneo, Siena o Avellino.

Nei comuni di entrambe le provincie si rileva una associazione alquanto marcata tra decremento della popolazione e incremento del livello d'invecchiamento intervenuto tra i Censimenti del 1971 e 1991. Questa associazione appare più evidente nelle due zone, di espansione e di spopolamento, individuate all'interno delle due provincie (Le zone sono state selezionate sulla base di una soglia prefissata dell'indicatore "variazione % della popolazione 1971-91" e dalla contiguità territoriale dei comuni.).

Per le quattro aree oggetto di approfondimento si riportano di seguito alcune schematiche informazioni al fine di mettere in evidenza: quanto grandi possano essere le differenze intraprovinciali anche per insiemi di comuni; come assai diversificate debbano essere di conseguenza le politiche di intervento; come per alcuni insiemi di comuni si possa addirittura prefigurare la scomparsa dell'intera collettività; come in alcune province del Centro-Nord anche le aree di "espansione" abbiano una struttura per età largamente compromessa.

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3.3.1 - Provincia di Asti: area di espansione e di spopolamento

L'area di espansione, da noi individuata, è ubicata nella parte nord-ovest della provincia, ha una estensione territoriale di 121,5 kq e include 7 comuni con una popolazione di 12.791 persone pari al 6% degli abitanti della provincia. Nonostante la crescita demografica nel periodo 1982-91 nella zona si sono verificate più morti che nascite, con un rapporto morti/nati pari a 1,5. Il positivo andamento del saldo totale è interamente attribuibile al flusso di persone, per lo più anziane, che si ritiene abbiano scelto di risiedere in tale area per ragioni connesse al clima e alla presenza di strutture e servizi adeguati.

L'area di spopolamento, localizzata nella parte sud-est della provincia ha una superficie territoriale di 205,9 kq e comprende 19 comuni con una popolazione di 9.286 abitanti; le morti avvenute nel decennio considerato (1982-1991) sono risultate quattro volte superiori alle nascite, pertanto il saldo totale negativo è attribuibile al decremento naturale.

Nel comune capoluogo risiede una popolazione di circa 74 mila persone, pari al 3,4% dell'ammontare provinciale. Anche nel comune di Asti si rileva, nello stesso periodo, un saldo naturale negativo (eccedenza delle morti sulle nascite) di 2.626 unità.

La quota di anziani (65 anni e più) residenti nelle zone suindicate si è incrementata, tra il 1971 e il 1991, di 6,5 punti percentuali nell'area di spopolamento (da 23,4 a 29,9%) e di 4,6 punti nel comune capoluogo (da 13,2 a 17,8%); nell'area di espansione il fenomeno ha mantenuto il livello già raggiunto nel 1971 (18,5 e 18,1%). Da sottolineare, inoltre, nella provincia l'ampia variabilità dell'indicatore (valori compresi tra il 13,9% di Villanova d'Asti e il 42,7% di Maranzana) e il forte squilibrio del rapporto anziani/ bambini che nell'area di spopolamento è pervenuto (1991) a oltre 6 ultrasettantacinquenni per ogni bambino con meno di 5 anni; quest'ultimo valore (624) è superiore di ben tre volte a quello osservato sia nel capoluogo (220) che nell'area di espansione (204).

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3.3.2 - Provincia di Foggia: area di espansione e di spopolamento

L'area di espansione, ubicata nella parte sud-est della provincia, ha una estensione territoriale di 2069 kq ed è costituita da 9 comuni dove risiede, al 1991, una popolazione complessiva di 260,5 mila abitanti (37,4% della popolazione provinciale). Nel periodo 1982-91 le nascite hanno superato consistentemente le morti (con un rapporto di 2,3 a 1).

L'area di spopolamento, localizzata nella parte nord-ovest della provincia ha una superficie territoriale di 1497 kq è situata ad una altitudine di 393-840 metri ed è composta da 23 comuni. In tale area attualmente risiede una popolazione di circa 53 mila abitanti (7,6% di quella provinciale) e in essa il saldo naturale, relativo al periodo 1982-91, è risultato negativo (1,2 morti per ogni nascita).

Nel comune capoluogo risiede una popolazione di 156,3 mila abitanti (22,4% della popolazione provinciale). Tra i due ultimi Censimenti la popolazione è aumentata del 10%. Nel periodo 1982-91 le nascite superano le morti di 9.586 unità.

La proporzione di anziani (65 anni e più) è aumentata, tra il 1971 e il 1991, di 7,5 punti percentuali nell'area di spopolamento (da 14,1 a 21,6%), di 4,5 punti nel comune capoluogo (da 6,8 a 11,4) e soltanto di due punti nell'area di espansione (da 8,9 a 10,7). Da rimarcare che, seppure il livello d'invecchiamento riscontrato nella provincia di Foggia è nettamente inferiore a quello osservato nella provincia di Asti, la variabilità comunale dell'indicatore risulta, in entrambe le provincie, della stessa ampiezza (29 punti percentuali). Al 1991, l'indicatore assume il valore minimo nel comune di Carapelle (6,9%) e quello massimo a Volturara Appula (36,2%), comune questo appartenente all'area di spopolamento. Da segnalare infine che il rapporto anziani/bambini riferito al 1991 raggiunge valori "settentrionali" nell'area di spopolamento (209), ma è inferiore all'unità sia nel comune capoluogo che nell'area di espansione: ciò significa che per ogni 100 bambini con meno di 5 anni vi sono rispettivamente 72 e 63 anziani.

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3.3.3 - Differenze territoriali subcomunali: il caso Venezia

Tra il 1971 e il 1991 la popolazione del comune di Venezia è diminuita di circa 54 mila unità (-14,8%); il decremento ha interessato in eguale misura entrambi i sessi.

Nello stesso periodo le persone con oltre 65 anni residenti nel capoluogo sono aumentate di ben il 39%, di 16.041 in valore assoluto (1971: 41.234; 1991: 57.275) e il loro peso percentuale sul totale della popolazione è salito dall'11,4 al 18,5 per cento. Nelle femmine il livello d'invecchiamento (21,9%) è superiore di ben 7 punti a quello osservato nei maschi.

Nel comune di Venezia l'indice di vecchiaia, tra il 1971 e il 1991, si è triplicato; il livello d'invecchiamento risulta, al 1991, doppio di quello osservato nei restanti comuni della provincia.

Analogamente ad altre città italiane (di grande e media ampiezza, come per esempio Roma, Bologna, Siena) il grado di invecchiamento risulta molto più accentuato nel Centro Storico che nelle restanti aree in cui è suddiviso il territorio: nel Centro Storico di Venezia già al 1981 il 25% delle donne aveva 65 anni o più e al 1991 tale rapporto è salito al 29%, mentre nel resto del comune varia tra 19 e 21%. Il rapporto anziani/bambini è molto più elevato nel Centro Storico (3,3 ultrasessantacinquenni per ogni bambino con meno di 6 anni) che nelle altre due zone della città (1,7 a 1). Una quota consistente delle anziane (37,8%) del Centro Storico vive in solitudine, in un contesto locale in cui è in corso da tempo una profonda trasformazione del tessuto sociale ed economico.

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3.3.4 - Una breve conclusione

Da quanto esposto si nota come il progressivo incremento delle persone anziane e vecchie, in prevalenza donne che vivono sole e in stato di vedovanza, la loro diffusione sul territorio con livelli fortemente differenziati (fra insiemi di comuni, fra comuni, fra centri storici e quartieri periferici delle medie e grandi città) e le loro condizioni di vita, pongono problemi politici e organizzativi assai complessi e articolati, per affrontare i quali è necessario disporre di adeguati strumenti di pianificazione e di intervento.

In particolare nelle zone demograficamente depresse, costituite da numerosi comuni di piccole e piccolissime compagini demografiche disseminate su un vasto territorio, un processo di invecchiamento rapido e intenso si accompagna sovente anche ad un notevole e progressivo degrado ambientale in conseguenza della assoluta scarsità di risorse umane e infrastrutturali. In questi casi sorgono problemi di non facile soluzione inerenti la gestione del territorio e la allocazione di risorse, di strutture e di servizi socio-sanitari. Un primo passo in direzione di una ottimizzazione dei flussi finanziari, provenienti dal governo centrale, e della organizzazione dei servizi, sarebbe quello di favorire la costituzione di consorzi di comuni.

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4 - Alcuni aspetti sociali dell'invecchiamento della popolazione

La presenza e il ruolo della famiglia sono intimamente legati al benessere economico, sociale e psicologico degli anziani. La morte di membri della famiglia o la distanza tra i reciproci luoghi di residenza assumono crescente importanza nel modo di invecchiare degli individui. L'insieme delle risposte individuali a tali circostanze assume grande rilevanza per la società nel suo complesso. Le modificazioni nello stato civile e nella struttura familiare, nella sistemazione abitativa, nel grado di istruzione e nella attività lavorativa costituiscono perciò componenti essenziali nell'analisi dell'invecchiamento.

4.1 - Le famiglie di anziani

Negli ultimi decenni la famiglia si è profondamente trasformata nella struttura, nelle sue funzioni, nelle relazioni fra i componenti e con l'esterno. All'interno del processo di semplificazione o nuclearizzazione della famiglia si è sviluppato un parallelo processo di invecchiamento dei suoi componenti che ha impresso una forte spinta all'incremento delle famiglie formate da un solo nucleo e in particolare di quelle composte da una persona sola.

In Italia nel periodo 1971-1991 si è registrato un consistente incremento (24,5%) del numero di famiglie (da 15 milioni e 981 mila a 19 milioni e 909 mila) e una netta tendenza di queste a una ulteriore riduzione della dimensione media (da 3,3 a 2,8 componenti).

Importanza crescente hanno assunto le famiglie composte da persone anziane, ossia con il componente più giovane di almeno 65 anni. Nel nostro Paese, al 1991, le famiglie formate da coppie di anziani, sposate o conviventi (1 milione e 712 mila), costituiscono l'8,6% del complesso delle famiglie. Tale rapporto varia tra un minimo del 6,3% (Provincia di Napoli) ad una massimo del 13,4% (Provincia di Siena). Alla stessa data sono state censite 2 milioni e 146 mila persone anziane che vivono sole (24,7% del complesso della popolazione con 65 anni e oltre): queste sono concentrate nel Nord (52,8% del totale Italia) e in particolare in Lombardia (17,2%), Piemonte (10,9%), Emilia-Romagna (8,1%), Veneto (6,5%) e Liguria (5%); nell'ambito di queste regioni vi sono alcune provincie (Trieste, Imperia, Milano e Belluno) nelle quali una persona anziana su tre vive sola.

La condizione del viver da solo riguarda in particolare le donne con una intensità che in alcune provincie del Nord risulta 5-7 volte quella maschile. Questo accade sia per la assai maggiore longevità delle donne, che per la tendenza degli uomini a sposare donne più giovani di 3-4 anni. Se a ciò si associa la maggiore probabilità che gli uomini rimasti soli hanno di contrarre un nuovo matrimonio, si comprende perché la donna anziana si ritrovi a vivere in media una decina di anni da sola.

Da sottolineare inoltre che una quota consistente delle ultrasessantacinquenni che non vive sola (52,2%), si trova a convivere con una persona che ha, a sua volta, più di 65 anni di età.

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4.2 - L'anziano e il ricovero in istituzioni

Dall'esame dei dati internazionali si rileva come lo stato civile e l'esistenza di parentela - oltre che una diversa concezione e cultura della famiglia - influenzino molto il luogo dove la persona anziana si trova a vivere nel senso che i vecchi non coniugati (in particolare donne) e quelli che non hanno figli si ritrovano molto più frequentemente a vivere in istituzioni.

Per quanto riguarda l'Italia la ricerca di soluzioni tendenti a rendere più accettabili le condizioni di vita dell'anziano (sia che viva in famiglia o in istituzione) risulta più complessa dalla presenza, come già menzionato, di situazioni fortemente differenziate a livello locale. A titolo di esempio si riportano per il 1991 alcuni dati relativi a due province italiane (Trieste e Massa Carrara) riferiti agli anziani che vivono soli, in coppia o residenti nelle convivenze.

Nella provincia di Trieste, le persone anziane sole e le coppie di anziani, sposate o conviventi, rappresentano rispettivamente il 18% e il 10% del complesso delle famiglie, e a Massa Carrara il 12,8% e il 10,8%. Per quanto concerne invece lo stato civile, si rileva tra i vedovi che vivono da soli una larga eccedenza di donne (6 vedove per ogni vedovo) in entrambe le province.

In relazione al fenomeno della istituzionalizzazione dell'anziano si osserva che, al 1991, solo l'1,1% delle persone con 65 anni e oltre residenti nella provincia di Massa Carrara vive in convivenza. Questa percentuale sale al 3,4 nella provincia di Trieste, ma è comunque una quota molto bassa se si considera da un lato l'alta percentuale degli anziani residenti (23,7%) e dall'altro la ridotta dimensione della famiglia (2,2 componenti), cui quindi sembra difficile far ricorso con regolarità.

Pertanto ci si può chiedere se una quota così modesta di anziani che vive in istituzioni, molto inferiore a quella che si riscontra in alcuni Paesi europei, possa essere determinata da una carenza di domanda o di offerta, cioè se sono gli anziani che non vogliono far ricorso alle istituzioni o se invece non ci siano strutture sufficienti, sia dal punto di vista qualitativo che quantitativo, a soddisfare la domanda degli anziani. Una risposta a tale quesito potrebbe venire, ad esempio, impostando una apposita indagine di opinione sull'atteggiamento degli anziani riguardo alle strutture di accoglienza o facendo una analisi delle liste di attesa nelle strutture esistenti.

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4.3 - Grado di istruzione degli anziani

Non solo gli anziani e vecchi sono più vulnerabili per il complesso delle condizioni fisiche, psicologiche, cognitive e di sistemazione abitativa, ma anche per il fatto che sono meno ricchi e meno istruiti del resto della popolazione.

Dall'esame dei dati relativi al Censimento del 1991 emerge, come già noto dalla letteratura, che il livello di istruzione risulta assai differenziato sia rispetto al sesso sia territorialmente.

Per quanto riguarda il primo aspetto le donne anziane hanno un grado di istruzione nettamente inferiore a quello degli uomini: ad esempio negli ultrasessantacinquenni la proporzione di uomini che possiede una laurea o un diploma è in generale doppia di quella osservata nelle donne della stessa classe di età (maschi: 10,9%; femmine: 6%); tale divario risulta più contenuto se il confronto riguarda la licenza media.

A livello territoriale il tasso di scolarità degli anziani è molto più elevato nelle regioni del Nord rispetto a quelle del Sud. Limitando l'analisi al titolo di studio più elevato (laurea o diploma) si nota che le provincie più istruite sono quelle di Trieste, Genova e Milano (maschi: 18-21%; femmine: 8-10%), quelle meno scolarizzate Potenza, Matera ed Enna (maschi: 4-5%; femmine: 2-4%).

Il grado di istruzione e le sue differenze territoriali e secondo il sesso tendono comunque a ridursi nelle generazioni più giovani. Bisognerà però aspettare fino al 2030-2040 perché arrivino alle età più avanzate generazioni più istruite. Fino a quelle date nella valutazione del fenomeno dell'invecchiamento e delle politiche da adottare per fronteggiarlo occorrerà tener conto anche di questo fattore.

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4.4 - Anziani e occupazione

Nei Paesi a sviluppo avanzato la partecipazione degli anziani all'attività produttiva è andata diminuendo nel tempo. Tale circostanza è, in generale, da attribuire sia alla modificazione della tipologia di attività prevalente (riduzione del peso del settore agricolo a vantaggio di quello industriale e dei servizi, in cui gli anziani trovano meno spazio) che al sempre maggior grado di protezione sociale collettiva che consente - o obbliga a seconda dei punti di vista - l'uscita "Protetta" dal ciclo produttivo.

Inoltre, sempre in connessione ai due motivi precedenti, i tassi di attività maschili sono progressivamente diminuiti nel tempo, contrariamente a quelli femminili che pur attestandosi a livelli nettamente inferiori risultano stabili o mostrano una tendenza all'aumento via via che le generazioni più istruite e dinamiche si affacciano alla soglia della terza età.

Anche in Italia la partecipazione degli anziani all'attività produttiva è andata riducendosi nel tempo, fondamentalmente per motivi analoghi a quelli suddetti, ma anche per cause congiunturali - la crisi economica, i costi del lavoro, l'automazione - che favoriscono in molti casi l'uscita forzata (prepensionamenti e licenziamenti) degli anziani dal mercato del lavoro.

L'Italia è oggi agli ultimi posti per quanto riguarda i tassi di attività degli anziani. Al Censimento del 1991 risultano attivi, tra gli ultrasessantacinquenni, soltanto 5,8 maschi e 1,4 femmine per ogni 100 persone della stessa classe di età.

A livello territoriale la percentuale di anziani occupati di sesso maschile varia da un minimo del 3,5-5% (in alcune provincie del Sud) ad un massimo del 10% (provincia di Bolzano). La partecipazione delle donne all'attività lavorativa (1,2-2% della popolazione femminile con 65 anni di età) è nettamente inferiore a quella degli uomini: al 1991 nella forza lavoro anziana compare una donna per ogni quattro uomini.

Per ciò che concerne l'attività lavorativa uno dei grossi problemi che si va ponendo al mondo del lavoro è legato al fatto che la vita individuale è migliorata e a 60-65 anni la maggior parte delle persone sta ancora bene in salute e che le informazioni sul lavoro nero degli anziani sono tutte per una sua larga diffusione e infine che il sistema previdenziale a ripartizione è in forte crisi; tutto questo dovrebbe spingere verso norme legislative più flessibili per il lavoro degli anziani anche dopo il pensionamento, a margini di elasticità più ampi nel decidere autonomamente quando uscire dal mercato del lavoro. I miglioramenti della condizione individuale, in una parola, potrebbero essere il cardine "etica" per le politiche di prolungamento della vita lavorativa.

Se oggi si discute tanto sul lavoro degli anziani è perché il sistema previdenziale è in uno stato di profonda crisi strutturale: il rapporto numerico tra contributori e percettori di reddito è attualmente quasi alla pari. Dai dati sul lavoro e sulla situazione del settore previdenziale emerge l'assoluta necessità di nuove politiche del lavoro. La semplice soluzione di allungare la vita lavorativa non è di per sè sufficiente, anche se un "banale" discorso sull'incremento delle contribuzioni è un forte punto di appoggio economico per tale politica.

Il contenuto delle politiche del lavoro va allora calibrato anche sulle evidenze demografiche e sanitarie dell'invecchiamento della popolazione, sulle necessità di mantenere il massimo di equità nella ripartizione degli oneri sociali derivanti da una congiuntura economica negativa, sulle necessità di finanziare comunque il sistema di previdenza sociale, senza schiacciare per questo i lavoratori contribuenti, sulla necessità di garantire il lavoro ai giovani. Occorre dunque un ripensamento dell'intera vita lavorativa delle persone: politiche per l'ingresso, per la permanenza, per l'uscita dal mercato del lavoro.

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5 - Aree problematiche, politiche e possibili interventi per la popolazione che invecchia

5.1 - Considerazioni generali

Dal quadro demografico delineato nei paragrafi precedenti si evince come il fenomeno dell'invecchiamento della popolazione è ormai giunto nei Paesi sviluppati, in particolare in Italia, e tra breve anche nei Paesi in via di sviluppo, a livelli tali da meritare senza ulteriori indugi una attenzione strategica operativa.

Che le ripercussioni dell'invecchiamento fossero notevoli lo si era capito da un punto di vista demografico da molto tempo, ma da un punto di vista politico lo sfasamento temporale per la sua comprensione è stato notevole: forse solo quando sono iniziate ad essere o apparire gravi le conseguenze economiche (sistema previdenziale e sanitario) si è compresa l'entità del problema. Bisogna tener conto, però, che l'invecchiamento della popolazione è oggi un dato di fatto e una società invecchiata non è, a-priori, né migliore né peggiore di un'altra, è solo una società diversa.

Il problema da risolvere riguarda il mancato adattamento della società alle modifiche strutturali dirette e indirette che esso comporta. Anche quando si è operato in tal senso l'invecchiamento è stato trattato alla luce di stereotipi e luoghi comuni: l'anziano è un soggetto debole, da assistere, bisognoso in senso lato, un soggetto a cui "dare", un soggetto che assorbe risorse dalla società. In effetti l'anziano che rispecchia questi stereotipi non è certo il sessantenne: tali tratti riguardano in maggiore misura le persone oltre i 75-80 anni, cioè la quarta età, oltre la quale cominciano a manifestarsi in tutta la loro intensità le patologie più debilitanti e invalidanti (Da una recente indagine nazionale dell'ISTAT (IMF, 1990-91) si rileva che nei soggetti con 75 anni ed oltre l'incidenza di alcune patologie di natura cronico-degenerativa risulta più elevata di 3-4 volte rispetto a quella riscontrata nel complesso della popolazione. Le patologie più ricorrenti sono nell'ordine: artrosi-artrite (45,6 persone per ogni 100 ultra75enni), ipertensione (24,3), bronchite cronica (14,2) e diabete (12,2). Particolare rilevanza assumono alcune forme di invalidità permanenti: negli ultra75enni una persona su dieci risulta affetta da invalidità motoria, una su dodici da sordità e una su ventitrè da cecità. Tra le patologie a "rischio" per la popolazione anziana particolare attenzione meritano alcune malattie neurologiche quali il parkinsonismo, l'ictus cerebrale e la demenza senile, sia per l'elevato numero di casi prevalenti che per i ragguardevoli costi che queste malattie comportano per la collettività. Per il complesso delle tre patologie stime recenti (ISIS, 1990) prevedono nell'arco di un ventennio (1988-2008) un incremento tra gli ultrasessantenni del 47% dei casi (da 1,3 milioni del 1988 a poco meno di 2 milioni nel 2008).), sia fisiche che psichiche, tali da rendere l'anziano davvero un soggetto "debole". Ma prima, nella terza età, l'anziano è un soggetto ancora pieno di energie e spesso desideroso di usarle.

Una recente indagine del Censis mostra come la condizione anziana sia tutt'altro che una condizione spenta e passiva, e che di fatto il sentirsi anziano non coincide con il superamento di una soglia anagrafica, quanto piuttosto con l'imbattersi in circostanze quali l'entrare in istituzioni o essere debilitato fisicamente. Non a caso queste due condizioni, prime nella graduatoria dei motivi del sentirsi anziano, hanno fortemente a che fare più con una senescenza psicologica che con una senescenza fisiologica: perché entrare in istituzione cambia radicalmente il proprio contesto di vita e i riferimenti relazionali, mentre un handicap fisico cambia la percezione di sé e modifica il proprio livello di indipendenza.

In genere nella terza età si può avere una buona percezione di sé, anche se di fatto non si vive appieno la propria potenzialità; e questo può costituire uno dei motivi che alimenta lo stereotipo dell'anziano "soggetto debole". Secondo gli psicologi ciò sarebbe dovuto alla mancanza di progettualità poiché un individuo è culturalmente abituato a fare progetti soprattutto per la propria vita lavorativa e all'interno di essa.

Sappiamo oggi che trascorreremo un terzo della nostra vita nella terza e quarta età: non sappiamo bene come impiegheremo questi anni. Sarebbe utile predisporre progetti, acquisire l'abitudine a pensare da "ultrasessantenne" ancor prima di esserlo. Uno dei compiti della società, e uno dei contenuti delle possibili strategie di intervento potrebbe essere quello di educare alla vecchiaia, soprattutto durante la vita attiva. Ed è importante che la società e ogni individuo pensino all'anziano non come ad un soggetto "incolore", ma a un soggetto "in positivo"; che si discuta delle sue capacità propositive e delle potenzialità derivanti dal suo vissuto e dalla sua voglia di vivere e di fare.

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5.2 - Aree di interesse sociale ed economico

L'aumento previsto della popolazione anziana ha implicazioni su importanti settori quali la spesa sociale e la politica sociale, il mercato del lavoro e l'economia.

Il cambiamento nella struttura delle età influenza la domanda di programmi sociali pubblici mediante l'aumento della pressione demografica sugli schemi pensionistici, sui sistemi di cure e assistenza sociale per gli anziani, e la diminuzione di domanda per assegno dei figli, istruzione e altri programmi per i giovani.

L'invecchiamento influisce anche sulla struttura della forza lavoro, per la sempre minore presenza delle fasce di età giovanili: questo può comportare dei problemi di flessibilità lavorativa e di reimpiego dei lavoratori in nuove mansioni (un giovane è sempre più "elastico" nell'apprendimento di un adulto), o di aggiornamento professionale, ecc. Pertanto anche il mercato del lavoro andrebbe preparato e adattato all'invecchiamento della forza lavoro, in modo che tale fattore non incida sulla capacità di crescita economica della società e sulla capacità di reggere la concorrenza internazionale con popolazioni dalla forza di lavoro assai più giovane e numericamente immensa.

In ogni fase della vita si manifesta a livello individuale una diversa propensione al consumo e al risparmio (qualitativo e quantitativo); quindi a livello aggregato i consumi di una popolazione anziana risultano diversi e in generale più ridotti, tenuto conto anche del fatto che i redditi di tale aggregato sono anche più compressi (la pensione è per il 78,3% degli anziani l'unica fonte di sostentamento).

Una recente indagine Istat sui consumi della popolazione italiana rileva che tra gli ultrasessantenni aumenta l'incidenza della spesa per quei beni e servizi che non sono comprimibili quali gli alimentari, le bevande, l'abitazione (la maggior parte degli anziani risulta proprietario della casa in cui dimora), i combustibili, l'energia, e si riduce la spesa per quello che riguarda i beni voluttuari quali l'abbigliamento, il tempo libero, i trasporti. Una popolazione anziana manifesta dunque nei consumi una domanda molto diversa da quella di una popolazione giovane, con ovvie conseguenze sulla struttura economico-produttiva, che peraltro non sempre si adegua per tempo con investimenti o differenziazioni di prodotti.

Queste in estrema sintesi sono le aree di interesse sociale ed economiche dell'invecchiamento. Darne una valutazione e una sintesi complessiva, come qualche volta si tenta di fare, è in genere riduttivo. Troppe le variabili da tenere in conto, troppe le variabili aleatorie da ipotizzare. Le problematiche sono variegate, complesse, multidimensionali, economicamente positive o negative a seconda dei punti di vista. Ma anche se una sintesi totale è assai difficile, una strategia globale è auspicabile.

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5.3 - Politiche e possibili interventi

Uno dei nodi maggiori da affrontare è il problema della adeguatezza delle risorse e della predittività dei mutamenti demografici, epidemiologici e sanitari; tali mutamenti sono imponenti e interconnessi (Kinsella, 1992; Caselli, 1993) e creano alle società contemporanee problemi complessi. La velocità dei mutamenti costituisce un elemento aggiuntivo di complessità, quando si voglia tempestivamente mettere in atto una strategia vincente per l'approntamento di adeguati servizi sociali e sanitari.

Da questo punto di vista il problema maggiore è quello di assicurare al sistema una necessaria, crescente flessibilità nella gestione della spesa pubblica e delle risorse umane e materiali. Al contrario, per effetto della viscosità di tutti i sistemi e sub-sistemi e dell'efficace lavoro di lobby delle varie corporazioni, la spesa pubblica e le allocazioni di risorse tendono ad adeguarsi di più alle strutture umane e materiali esistenti nei vari settori che non alla reale domanda che deriva dalla struttura della popolazione.

Per quanto riguarda le risorse umane il problema della flessibilità si pone soprattutto nei Paesi europei dove i mercati del lavoro sono rigidi e particolarmente protetti e non vi è l'abitudine, tanto più diffusa negli Stati Uniti, a cambiare lavoro con relativa facilità (Un esempio relativo ai settori dell'istruzione e della sanità potrà servire a illustrare meglio questo tipo di problema e le sue difficoltà. In Italia la popolazione con meno di 20 anni è rimasta intorno ai 16-18 milioni di unità per circa 35 anni, dal 1950 al 1985. Per l'istruzione dei giovani le risorse umane (professori e altro personale), le risorse materiali (scuole, strumentazione didattica, ecc.) e le risorse finanziarie (spese correnti, nuovi investimenti e spese di manutenzione) destinate dallo Stato o dalle autorità pubbliche locali sono state quindi commisurate ad una domanda di istruzione che derivava da quell'ammontare di giovani, mentre è chiaro che la eccedenza di risorse, e in particolare di quelle umane, rispetto alla domanda vada largamente crescendo con il passare del tempo. Mutatis mutandis il problema si ripropone per gli addetti alla cura delle persone, medici e infermieri, e per le strutture ospedaliere. Pediatri e reparti pediatrici da un lato, geriatri e reparti geriatrici dall'altro dovrebbero essere via via commisurati alla rispettiva domanda che deriva dalla popolazione giovane e da quella vecchia.).

La dinamica demografica pone quindi problemi attuali e prospettivi di flessibilità e di pianificazione nella gestione delle risorse umane - e di quelle materiali e finanziarie - per fare in modo che vengano dinamicamente a incontrarsi nel tempo domanda e offerta di personale specificamente addetto ai giovani e ai vecchi. Questi problemi, che sono del tutto nuovi tanto per la collettività quanto per le singole persone coinvolte, in molti Paesi sono ben lontani dall'essere affrontati in maniera adeguata.

L'invecchiamento della popolazione si svilupperà pienamente nel giro di sole due o tre generazioni, cioè in tempi brevissimi tanto dal punto di vista demografico quanto da quello sociale e culturale. La velocità dell'invecchiamento costituisce quindi la prima grande difficoltà che si trovano a fronteggiare le società. La seconda è da ricercarsi nella intensità del fenomeno, poiché in alcune popolazioni la percentuale di ultrasessantenni potrebbe superare il 40-45 per cento del totale e quella degli ultraottantenni il 10-11 per cento. La terza è la durata del processo di invecchiamento della popolazione con il quale le società occidentali dovranno convivere ancora molto a lungo. Per di più, anche nell'ipotesi del raggiungimento della stazionarietà l'invecchiamento avrebbe fine soltanto dal punto di vista quantitativo, ma non da quello qualitativo nel senso che le ulteriori attese conquiste nella lotta contro le malattie e gli ulteriori attesi guadagni di durata media della vita dovrebbero contribuire a cambiare notevolmente le condizioni di salute della popolazione e più in generale il quadro nosologico di morbosità, disabilità e mortalità (Caselli e Egidi, 1992; Golini e Vivio, 1993; Okolski, 1993).

Ma una ulteriore forte difficoltà risiede nel fatto che l'invecchiamento della popolazione costituisce una assoluta novità nella storia delle popolazioni e non ci sono quindi precedenti cui riferirsi o ancorarsi.

Per secoli e secoli, e fino a pochi decenni fa, le società europee hanno dovuto occuparsi e preoccuparsi dei bambini - il problema dell'infanzia abbandonata è uno dei tanti cui si potrebbe far riferimento. Poi nei decenni che vanno dagli anni '60 ai giorni nostri l'attenzione delle società si è spostata dai bambini alle persone di età centrale per le problematiche legate al lavoro (occupazione-disoccupazione; trasformazione economica: agricoltura-industria-terziario) e alle donne, fino a quel momento largamente svantaggiate e penalizzate. A partire dagli anni '90 gli Stati dovranno fare per gli anziani e i vecchi lo stesso sforzo strategico fatto in passato per i bambini, con la speranza che, essendo cambiate la conoscenza e la consapevolezza dei problemi, tale sforzo possa essere assai più tempestivo, diffuso ed efficace.

Ma perché questo accada bisogna avere piena coscienza dei numerosi problemi ancora aperti e delle politiche da adottare all'interno di una strategia organica e completa alcuni elementi della quale vengono di seguito richiamati (Golini e Vivio, 1993):

  1. una strategia internazionale, che sia frutto del dibattito tra i vari Paesi e che fornisca un quadro di riferimento per affrontare i problemi dell'invecchiamento, è necessaria e ha un duplice vantaggio. Di servire all'interno di un singolo Paese da stimolo per l'impostazione della politica e di diminuire e abbreviare le dispute di natura politica, economica e morale; di contribuire, in sede internazionale, a ridurre le distanze reciproche tra i singoli Paesi e di assicurare quindi una maggiore equità territoriale nelle condizioni di vita e di trattamento della popolazione anziana.

  2. La constatazione che tale strategia internazionale di fatto esista, anche se da pochi anni, che ci sia la consapevolezza del problema da parte della comunità politica internazionale, che ci siano posizioni ufficiali e direttive espresse, può aiutare a recuperare molto del tempo perduto, sempre che i Paesi riescano ad utilizzare tutti questi strumenti e incentivi per prendere iniziative concrete;
  3. le realizzazioni pratiche che prendono spunto dalle raccomandazioni internazionali aprono, a loro volta, vari altri problemi e sfide. Il primo problema, certamente uno di quelli cruciali, sta nel fatto che la collettività non è sufficientemente preparata dal punto di vista psicologico e culturale ad affrontare la grande mutazione demografica dell'invecchiamento. Preparazione che è possibile acquisire solo richiamando costantemente le persone a riflettere sul fatto che dal punto di vista collettivo l'invecchiamento della popolazione è il risultato soprattutto della vittoria contro la morte precoce; che dal punto di vista individuale la vecchiaia non sarà più il privilegio di pochi, ma la condizione di moltissimi. L'invecchiamento della popolazione implica quindi un aumento delle risorse umane a disposizione della società. Il ruolo dell'istruzione e dei media diventa strategico per preparare una nuova cultura.

  4. Sono in particolare da sensibilizzare e da preparare gli adulti di età centrale, le persone dai 30 ai 50 anni, quelli cui spetta di far pressione perché vengano prese le decisioni politiche connesse all'invecchiamento (in termini di sicurezza sociale, di cura e assistenza agli anziani, di una diversa struttura del mercato del lavoro, ecc.) o cui spetta in prima persona di prenderle;
  5. nemmeno lo Stato in molti casi è preparato, dal punto di vista strutturale e organizzativo. In vari Paesi ad occuparsi dei problemi degli anziani esistono due distinti ministeri, uno per gli affari sociali e uno per la sanità.

  6. Per avere organicità e unitarietà di visione dei problemi e di azione politica sarebbe quindi auspicabile avere, com'è ad esempio in Francia, a livello centrale e a livello locale un unico ente per gli affari sociali e per quelli sanitari.
    Tra le sue principali funzioni tale istituzione dovrebbe avere - in collaborazione con centri e istituti che si occupano stabilmente di problemi della popolazione - quella di adattare dinamicamente le politiche di intervento, mediante un monitoraggio, trasversale (soprattutto per le differenze territoriali e sociali) e longitudinale, della condizione fisica, psicologica, cognitiva, sociale ed economica della popolazione anziana.
    Tali politiche dovrebbero essere disegnate globalmente a livello centrale, ma essere contemporaneamente flessibili a livello locale: il problema degli anziani è uno di quelli in cui la lettura "locale" del fenomeno è fondamentale proprio per le forti differenze territoriali. Una analisi a livello micro consentirebbe di andare incontro alle esigenze dell'anziano sul territorio in cui vive, rendendo specifiche le direttive dell'autorità centrale che per loro natura non possono che essere generali e molto ampie. Quando le strutture non "vanno incontro all'anziano" si hanno approssimazione e precarietà nella fornitura di cure e quindi sprechi, che non sono accettabili né dal punto di vista economico, né da quello umano. L'esperienza dimostra che le politiche della salute sono un fattore decisivo per il raggiungimento di bassi livelli di mortalità solo se associate a politiche sociali (Vallin, 1993);
  7. subito dopo il problema del soggetto politico delegato a trattare la questione delle cure agli anziani, in ordine di priorità c'è quello del "come" trattarla e del "chi" deve personalmente fornire le cure.

  8. Fino ad oggi sono state in genere le famiglie, e le donne al loro interno, a prendersi cura degli anziani. Ma le famiglie erano più stabili, le donne lavoravano per lo più a casa, i figli erano in maggior numero, gli anziani meno numerosi e meno longevi. Il modello di assistenza familiare era molto funzionale, anche perché affiancato da interventi di welfare state. Oggi il modello di assistenza familiare integrata va cedendo perché la struttura e la vita delle famiglie vanno cambiando rapidamente.
    Occorrono allora politiche dettate da strategie lungimiranti che, tenendo presente la dinamica demografica, formulino degli interventi adeguati ai tempi (Wenger, 1990). Interventi di sostegno per il settore delle cure informali, così che le famiglie possano continuare a prendersi cura dei propri anziani quando il loro stato di salute lo renda possibile; e altri di sostegno per il settore delle cure formali, così che le strutture siano adeguate nelle loro prestazioni ai bisogni degli anziani. Per gli interventi del primo tipo, ad esempio: assegni familiari (tenendo anche conto del fatto che la forte riduzione dei bambini e dei giovani consente alle autorità pubbliche forti risparmi su tutte le spese relative a questa fascia d'età), congedi dal lavoro per motivi di malattia di un anziano a casa, contributi per le cure dell'anziano nonché per la manutenzione e gli adattamenti della casa; per gli interventi del secondo tipo, ad esempio: finanziamenti per l'edilizia residenziale, costituzione di reti integrate di sostegno informale e professionale.
    E' anche particolarmente importante valutare le esigenze della famiglia: se si vuole privilegiare la permanenza degli anziani nel proprio domicilio, allora andranno tutelati contemporaneamente i diritti e la dignità dei familiari degli anziani (Hirshon, 1991). Molte famiglie vivono la cura di persone non autosufficienti come un vero e proprio problema: economico, fisico, sociale ed emotivo; molte persone vivono in modo conflittuale le richieste che vengono loro dal lavoro e dalla cura di un genitore anziano. E' necessario quindi una pianificazione per provvedere a servizi tanto per gli anziani quanto per le famiglie. Tali supporti dovrebbero consentire ai familiari - soprattutto alle donne che sono assai più coinvolte per tradizione, cultura e disponibilità - di scegliere più liberamente se e fino a che punto prendersi cura dell'anziano. La sfida è quella di trovare soluzioni che ripartiscano le cure fra la famiglia, lo Stato e le organizzazioni private (organizzazioni non governative, volontariato) in modo efficace;
  9. una nuova politica della ricerca scientifica nel campo della medicina preventiva e curativa e della farmacologia sembra essere necessaria in conseguenza dei grandi successi che si sono avuti nella lotta contro la morte precoce.

  10. Di fronte a questa evoluzione ci si può chiedere se a livello nazionale e internazionale debba essere ulteriormente potenziata la ricerca per combattere le malattie, come quelle cardiovascolari e i tumori, che più spesso conducono a morte (ricerca che è certo utile non solo perché riduce la mortalità, ma perché migliora la qualità della vita dal momento che queste malattie sono comunque lunghe e più o meno invalidanti), o se non si debba piuttosto incrementare la ricerca scientifica nel campo delle malattie meno letali, ma più diffuse e limitanti la piena efficienza fisica, psichica o cognitiva.
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5.4 - Considerazioni conclusive

Perché le aspettative si realizzino è necessario che i problemi oltre che essere recepiti dalla classe politica lo siano anche dai media e dalla intera opinione pubblica: senza la partecipazione attiva di tutta la popolazione le politiche per gli anziani non potrebbero realizzarsi. Tali politiche infatti non possono essere soltanto interventi tecnici, ma devono essere anche modi di agire.

Molto spesso le numerose iniziative e direttive prese a livello nazionale o internazionale non sono state seguite da risultati concreti perché mancava proprio la cultura di supporto: se la popolazione non è in grado di recepire una certa azione politica, o la recepisce con indifferenza o con insofferenza, allora non ci sono interventi legislativi che possano avere successo pieno e generalizzato. Il preparare e attuare i cambiamenti consiste in primo luogo renderli più comprensibili, sottolineando anche tappe del percorso e precise cronologie, capaci di legare il breve termine con il lungo termine.

Il Parlamento Europeo nella "Decisione del consiglio relativa all'organizzazione dell'anno europeo degli anziani e della solidarietà tra le generazioni", del 24 giugno 1992, pone proprio all'articolo 1, tra gli obiettivi, quello di "sensibilizzare la società alla situazione degli anziani, alle sfide che risultano dalle evoluzioni demografiche attuali e future e alle conseguenze dell'invecchiamento della popolazione per l'insieme delle politiche comunitarie".

Evidentemente, al di là di ogni raccomandazione, il fattore umano resta il più importante; la convinzione interiore che sia giusto lavorare in una certa direzione è decisiva anche per l'azione politica. Ed ecco che inevitabilmente si arriva alla "strategia" come scienza morale e non solo come tecnica: impostare delle strategie per gli anziani - siano esse a contenuto sanitario o sociale o misto - vuol dire anche sensibilizzare la popolazione sulla importanza del problema, sul valore degli anziani. Vuol dire promuovere e rilanciare la solidarietà tra le generazioni, stimolare sul problema specifico e su tutti gli altri problemi collegati una convinta riflessione da parte di ogni singolo individuo e dell'intera collettività.

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BIBLIOGRAFIA
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