MENSILE DELL'AIMA
anno 1° ottobre 98 n.7 -
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Dopo la sua scomparsa, avvenuta 10 mesi fà, molti hanno ricordato le sue attività scientifiche, il ruolo importante che ha avuto sulla sclerosi multipla, nell'introduzione della neuroepidemiologia in Italia, nella ricerca sull'Alzheimer e negli studi sulla genetica dell'Alzheimer. Sono state ricordate le prestigiose cariche scientifiche che ha ricoperto (come la Direzione del Progetto Finalizzato sull'Invecchiamento del Consiglio Nazionale delle Ricerche e la Presidenza del Gruppo di studio sulla Demenza della World Federation of Neurology). E' stata ricordata la sua influenza nello sviluppo della ricerca medica in seno all'Unione Europea come delegato per il programma di biomedicina. Con queste attività il Prof. Amaducci ha spinto sulla scena mondiale non solo il Dipartimento di Neurologia ma anche la facoltà di medicina e l'ateneo fiorentino. Vorrei aggiungere però che questi impegni internazionali non sono mai stati separati dall'impegno per il miglioramento delle strutture ospedaliere cittadine e regionali. Nelle sue molteplici attività di lavoro il professore è sempre stato un portavoce dei malati di Alzheimer e dei loro familiari, dei problemi dell'anziano e di quelli legati all'invecchiamento della società italiana. Personalmente ho avuto la fortuna di lavorare a stretto contatto con lui per un periodo della mia vita qui a Firenze, come specializzando e ricercatore, e in seguito, ho continuato a collaborare con lui dalla mia attuale sede di lavoro negli Stati Uniti, dato che mi occupo dello stesso ramo della medicina. Per queste ragioni vorrei soffermarmi non tanto sull'Amaducci scienziato, per quanto notevoli siano stati i suoi contributi scientifici (che qui ho riassunto in modo senz'altro inadeguato) ma sull'Amaducci uomo. Perché io credo che sia la dimensione umana quella che rimane più impressa col passare degli anni, che maggiormente influenza le persone che ci sono vicine e che a volte, consapevolmente o meno, contribuisce a plasmare scelte professionali e di vita, in particolare quelle dei collaboratori più giovani. Perché questa è in fondo l'eredità più preziosa che una persona ci possa lasciare. Cercare nuovi orizzonti, rompere schemi tradizionali, in campo scientifico e in campo accademico: ecco alcune delle caratteristiche più interessanti della personalità di Amaducci. Questo modo di fare diverso mi colpì subito, sin dalla prima volta che incontrai il professore, nel 1975. Ricordo che erano le due di pomeriggio di un giorno di agosto. In una Firenze semideserta e semiasfissiata, avevo deciso di andare in Neurologia per cercare informazioni sulla scuola di specializzazione. I corridoi erano vuoti. L'unica anima viva che incontrai fu il professore, che ovviamente non conoscevo. Rimasi sorpreso quando seppi che era nientemeno che il Direttore della Clinica. La prassi comune allora (e non credo che oggi le cose siano cambiate) era che quanto più importante era la carica ricoperta tanto più difficile era avere un incontro diretto. E certamente il Direttore del Dipartimento non era la persona che si incontra alle due di pomeriggio di Agosto in clinica. Mi fece strane domande: se sapevo l'inglese, se sapevo battere a macchina, se avevo mai lavorato in un laboratorio di ricerca. Strane domande negli anni '70, quando i computer non esistevano e la ricerca era alquanto separata dall'attività clinica. In breve, me ne tornai a casa un po' confuso: non avevo fatto le domande che mi ero proposto ed ero stato io a essere sottoposto a interrogatorio. Solo molto più tardi ho capito il senso di quell'incontro. Il Prof. Amaducci, infatti, era già andato oltre, aveva elaborato un piano di collaborazione che si sarebbe poi concretato negli anni ma di cui, all'epoca, io ero del tutto inconsapevole. Col passare degli anni e lavorando col professor Amaducci ho potuto apprezzare - ma devo dire che ha sempre continuato a stupirmi - la sua visione ampia dei problemi, la sua capacità di vedere oltre l'ovvio e oltre l'immediato, di introdurre nuove idee e proposte, di stabilire punti di contatto tra persone e problemi. Aveva una capacità eccezionale di cancellare frontiere, sia in senso geografico che in senso culturale, da uomo appassionato di storia, di arte e di musica oltre che del suo lavoro. Come gli uomini del Rinascimento, il Prof. attraversava l'Europa ignorando frontiere e affrontando con grande naturalezza le difficoltà della lingua. Tutto ciò aveva un effetto contagioso su me e su altri suoi allievi che cominciavano a sentire troppo stretti i confini del mondo accademico fiorentino in cui erano cresciuti. Volevano testare nuovi orizzonti. Era inevitabile quindi che la curiosità del nuovo e il suo esempio ci spingessero a iniziare, o a continuare, le nostre carriere all'estero. Del Professore ho potuto apprezzare altre qualità: la gentilezza, la premura, la discrezione. I suoi lunghi silenzi, così poco toscani, il rispetto per gli interlocutori, la capacità di valorizzare il contributo di chiunque, indipendentemente dall'età, dall'esperienza, dall'istruzione e dalla provenienza. Questo atteggiamento, in particolare, serviva a dare fiducia ai più giovani che si sentivano apprezzati ed incoraggiati. Un atteggiamento che a volte si trasformava in preoccupazione quasi paterna. Ricordo ad esempio che, durante un convegno a New York, voleva essere informato regolarmente sui nostri spostamenti per essere sicuro che non ci perdessimo in zone o strade poco raccomandabili. Ricordo anche le sue confidenze. Ci parlava a volte delle sue origine venete, della Venezia di un tempo, del nonno psichiatra. Il rispetto per le persone si estendeva anche alle istituzioni con cui
aveva contatti. Aveva scambi intensi - senza alcun tornaconto personale
- con l'industria, con le amministrazioni a livello locale o nazionale,
e con quelle estere o sovranazionali. E noi a volte ammiravamo la sua diplomazia
da "neuropolitico" nonostante le inevitabili frustrazioni.
Venendo qui stasera ho fatto un rapido calcolo e mi sono accorto che la prima volta che incontrai il Professor Amaducci, lui aveva quasi l'età che ho io adesso. Oggi sono io che mi trovo a guidare alcuni allievi nella disciplina dell'Alzheimer. Dunque certi confronti per me sono inevitabili. Ma i confronti saranno ancor più inevitabili per chi continuerà il lavoro del professore qui a Firenze, cui auguro molta fortuna. Sono contento stasera di avere avuto la possibilità di ricordare il Prof. Amaducci, perché mi ritengo una delle persone che più abbiano tratto beneficio della sua eredità professionale e morale. Sono contento di aver fatto un po' di strada con lui e sono fortunato perché mi ha indicato quella da seguire in futuro. Vorrei cogliere l'occasione di quest'incontro per annunciare ufficialmente la creazione di una borsa di studio nel nome del Prof. Luigi Amaducci offerta dalla World Federation of Neurology Research Group on Dementia. A cominciare dall'anno prossimo, questa organizzazione of-frirà ad un giovane e promettente ricercatore sull'Alzheimer la possibilità di partecipare ad un convegno internazionale su questa malattia. Sono sicuro che questa iniziativa continuerà il ricordo del Professor
Luigi Amaducci oltre stasera, ma anche negli anni a venire.
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