MENSILE DELL'AIMA
DI FIRENZE
ASSOCIAZIONE ITALIANA
MALATTIA DI ALZHEIMER
anno 1° ottobre 98 n.7 -
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anno 1° ottobre 98 n.7
RUBRICHE
il Medico
CURE POSSIBILI:
LA TERAPIA DEI DISTURBI COGNITIVI
Antonella Notarelli
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In presenza di un deterioramento delle funzioni mentali, ad andamento
progressivo, sia di natura degenerativa che non, l'obiettivo principale
della cura, almeno fino ad oggi, non è stato la guarigione clinica
ma il miglioramento dello stato cognitivo, comportamentale e funzionale.
Con le attuali terapie farmacologiche sperimentali, più che ad un
"recupero" di singole funzioni ormai perse, si punta alla "ripresa" e "mantenimento"
di capacità adattive apprese nel corso della vita (risposte adeguate
rispetto alle richieste dell'ambiente circostante).
Anche se la causa della malattia resta sconosciuta, è chiaro
che nell'evoluzione clinica vengono progressivamente interessati i sistemi
neurobiologici che controllano le principali funzioni cognitive: memoria,
orientamento, attenzione, capacità critica e di giudizio, abilità
visuo-spaziali. Il deficit più chiaramente espresso nella Malattia
di Alzheimer (AD) è la carenza dei neurotrasmettitori (o mediatori
chimici), quelle sostanze che liberate dalle terminazioni nervose, trasmettono
vari tipi di informazioni da una cellula nervosa (neurone) ad un'altra
del cervello, dai nervi ai muscoli e ai differenti organi. Mancando il
mediatore dei messaggi a livello cerebrale, vengono meno anche i rapporti
tra aree cerebrali, sedi delle principali funzioni cognitive. In particolare
è utile sottolineare che la trasmissione delle informazioni avviene
a livello delle sinapsi (punti di contatto e comunicazione tra cellule
nervose) dove si concentra il neurotrasmettitore.
Tra questi, quello più carente nella AD è la Acetilcolina.
Questa sostanza è diffusa in tutto l'encefalo ed è particolarmente
presente in zone cerebrali dove sono rappresentati i circuiti nervosi della
memoria (ippocampo,
amigdala).
Il razionale dell'ancora attuale terapia farmacologica per la AD è
dunque il contenimento del deficit di acetilcolina, aumentandone la concentrazione
a livello sinaptico e contrastando così la progressiva degenerazione
dei neuroni che la producono.
Attualmente la molecola più utilizzata nella AD è il
Donepezil (nome commerciale ARICEPT o MEMAC), il cui effetto è quello
di aumentare la disponibilità della acetilcolina nei territori cerebrali
non ancora interessati dal processo neurodegenerativo. A questo proposito
è chiaro che la scelta dei pazienti ai quali rivolgere questa opportunità
terapeutica, è relativa ad una fase clinica iniziale di malattia.
Alcuni studi eseguiti su pazienti con AD di grado lieve- moderato, hanno
dimostrato che il Donepezil 5-10 mg/die per 12 o 24 settimane, era stato
più efficace del placebo (sostanza priva di effetti farmacologici),
nel migliorare il punteggio nei tests neuropsicologici e nella valutazione
clinica globale, basata sulle impressioni del medico, del paziente e del
caregiver. Gli effetti collaterali più frequenti sono stati nausea,
diarrea e vomito. Insomma, affaticamento e perdita di appetito sono stati
osservati solo in alcuni pazienti. Non è stato rilevato nessun caso
di tossicità epatica.
Le terapie future, probabilmente, utilizzeranno sostanze in grado di
agire sulle cause oggetto di ipotesi della malattia, prevenendone l'insorgenza
o fermando oppure rallentando la progressione a livello neurobiologico.
Alcune di queste sostanze sono già da alcuni anni sotto sperimentazione
clinica, di altre invece sono in corso le prime fasi sperimentali. Tra
queste ci sono gli estrogeni, gli antiinfiammatori, la terapia genica.
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Last Update 01 / 12 / 1998
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