Intervento pronunciato il 21 settembre 1998 dal Prof. Pepeu in occasione
della 5a Giornata Mondiale dell'Alzheimer celebrata in Palazzo
Vecchio a Firenze nel Salone dei Cinquecento
Ringrazio il Sindaco Prof. Primicerio, l'Assessore Dott. Geddes da Filicaia
e il Dott. Matera dell'Associazione Italiana Malattia di Alzheimer per
l'onore fattomi con l'invito a parlare in questo splendido e glorioso salone
in occasione della giornata Mondiale dell'Alzheimer. Ciò mi dà
anche l'opportunità di ricordare l'amico e collega Prof. Luigi Amaducci
con il quale ho collaborato per molti anni nello studio della malattia
di Alzheimer e della sua terapia e onorarne la memoria.
Nei 30 min. della mia relazione cercherò di disegnare un quadro,
inevitabilmente superficiale, di questa complessa malattia. Molti dei presenti
già la conoscono perché ne vedono i devastanti effetti sui
loro cari, altri perché sono coinvolti nella cura e assistenza,
per altri è solo una parola sentita in televisione o letta sui giornali.
Spero di offrire a tutti una sintetica, corretta e utile visione di insieme
della malattia e delle sue possibilità terapeutiche.
il passato
Il declino delle funzioni cognitive che accompagna l'invecchiamento
cerebrale è noto fin dall'antichità. Pitagora nel 6°
secolo A.C. è forse il primo che descrive la decadenza delle facoltà
intellettuali nella vecchiaia alla quale, egli aggiunge, però pochi
della specie umana arrivano. L'aspettativa di vita a quei tempi era infatti
di 18 anni, pochi quindi erano i vecchi, ancora meno naturalmente quelli
affetti da demenza. Virgilio riassume in un verso bellissimo quello che
tecnicamente chiamiamo invecchiamento cerebrale "Omnia fert aetas animumquoque":........Tutto,
anche la memoria, con il tempo dilegua......(Egloga IX, verso 51, Traduzione
Cedrangolo). Ma ciò a cui Virgilio si riferisce non è forse
la demenza senile ma quella perdita della memoria che avviene in tutti
con il passare degli anni, quella che viene chiamata in inglese "age associated
memory impairment", disturbo della memoria associato all'età, che
non ostacola la vita quotidiana e il rapporto con gli altri, solo ci imbarazza
un po' quando, per esempio, incontrando un conoscente non ricordiamo il
suo nome.
Ben diverso il quadro descritto con cruda precisione clinica da Giovenale
nel II° Secolo D.C. "Ma di ogni guasto fisico, il peggiore è
la demenza, per cui il vecchio più non ricorda il nome dei servi
né riconosce il volto dell'amico con cui ha cenato la sera prima,
né quello dei figli che ha messo al mondo ed allevati. ....." (Satira
X, versi 232- 237; Traduzione Barelli).
Questa è probabilmente la prima descrizione dei sintomi
della demenza senile. Passando attraverso i secoli, ritroviamo ogni tanto
in grandi autori scienziati e letterati, quali Galeno e Bacone, ma
anche Chaucer e Shakespeare, descrizioni o riferimenti alla demenza senile.
Ma arriviamo al 1906 anno nel quale Alois Alzheimer a Monaco descrive
il primo caso della malattia che riceverà il suo nome. Si tratta
di una paziente Augusta D. di anni 51, vista la prima volta nel 1901 a
Francoforte e della quale, dopo la morte avvenuta nel 1906, descrive le
alterazioni anatomo-patologiche del cervello. Nel lavoro dal titolo "Über
einen eigenartigen Schweren Erkrankun-gsprozeß der Hirnrinde.", (Su
un singolare processo patologico delle corteccia cerebrale) pubblicato
su Neurologisches Zentralblatt 1906; 23: 1129-1136, Alzheimer riporta che
"il primo sintomo che la paziente aveva manifestato era stata una intensa
gelosia verso il marito. Molto presto un rapido deterioramento del-la memoria
per cui non poteva ritrovare la via di casa......talvolta pensava di essere
uccisa per cui gridava con forza....."
Negli anni successivi alla pubblicazione del primo, i casi di demenza
senile di Alzheimer o malattia di Alzheimer abbreviata comunemente in AD
(Alzheimer's Disease) sono molto pochi. Cito i 4 casi, compreso quello
di Augusta D. descritti nel 1910 da Gaetano Perusini, un neurologo italiano,
stretto collaboratore di Alzheimer. La dettagliata descrizione delle alterazioni
anatomo-patologiche fatta da Perusini completò il lavoro di Alzheimer
e per molti anni la malattia fu chiamata di Alzheimer-Perusini. Poi, per
brevità, il secondo nome fu lasciato cadere.
Fu proprio sulla base delle alterazioni istologiche osservate nel cervello
dei pazienti e non dei sintomi che la demenza di Alzheimer fu separata
dalle altre forme di demenza e riconosciuta come una malattia autonoma.
Tuttavia per decenni la demenza di Alzheimer fu considerata una malattia
rara alla quale nei trattati erano dedicate poche righe. Spesso era confusa
con la demenza vascolare o altre forme di demenza di natura metabolica
e tutti i disturbi della memoria dell'anziano venivano attribuiti erroneamente
sia da molti medici che dai non medici alla "arteriosclerosi cerebrale".
Poi, a partire dagli anni 70, la frequenza dei casi di malattia di Alzheimer
aumenta progressivamente fino a fare di questa malattia un problema sociale,
tanto che ci ritroviamo qui stasera in occasione della Giornata Mondiale
proclamata dalla Organizzazione Mondiale della Sanità per portare
all'attenzione di tutti l'importanza e gravità di questa patologia.
Cosa ha determinato questo cambiamento?
le conoscenze attuali
Prevalenza
Il cambiamento è stato determinato dalla straordinaria trasformazione
demografica della società nei paesi definiti sviluppati. Se noi
pensiamo che all'inizio del secolo la percentuale delle persone con più
di 65 anni nel nostro paese era il 6% della popolazione e oggi supera il
15% e in molte città si avvicina al 20% abbiamo la spiegazione dell'aumento
della prevalenza della malattia di Alzheimer. In un complesso di 13 paesi
industrializzati europei ed extraeuropei studiati dall'OMS il numero dei
cittadini di 80 anni e più è salito da 3.315.000 nel 1950
a 12.600.000 nel 1990. Se prendiamo in esame la "prevalenza" della
malattia di Alzheimer nella popolazione, cioè la percentuale della
popolazione affetta dalla malattia in un dato momento, abbiamo i seguenti
dati: in tutta la popolazione da 50 anni in su, 2 casi su 10.000 abitanti;
da 65 anni in su 300-500; da 80 anni in su 1000 casi su 10.000.
Se quindi ammettiamo che il 10% dei soggetti sopra gli 80 anni vada
incontro alla malattia di Alzheimer e consideriamo l'aumento dei soggetti
con più di 80 anni nella popolazione, passiamo in 40 anni da 330.000
a 1.260.000 casi nei 13 paesi presi in esame. Ma la malattia può
colpire anche ben prima degli 80 anni e pertanto ci troviamo oggi in Italia
con più di 300.000 casi che coinvolgono almeno 2 milioni di persone
fra familiari e personale addetto all'assistenza. La prevalenza della malattia
di Alzheimer è praticamente uguale in tutti i paesi come risulta
da uno studio di Amaducci con Rocca e altri collaboratori (Neurology, 40,
1990, 626-631) concernente l'Italia, la Finlandia, il Giappone e gli Stati
Uniti. Razza, alimentazione e condizioni generali di vita non sembrano
pertanto influire. In Italia nel 1993 la prevalenza era del 2,6% sopra
i 60 anni, il numero totale di malati 283.000. Essi erano assistiti nel
3% dei casi dal coniuge, nel 47,7% dai figli, nel 16,5% da altri parenti,
nel 4,9% da persone non della famiglia. Da questo emerge chiaramente che
5 anni fa, ma la situazione non è molto cambiata, la famiglia nel
suo insieme si faceva carico della cura e dell'assistenza dei pazienti
affetti da Alzheimer con un costo settimanale medio, calcolato da Trabucchi
e collaboratori, di 582 $ USA nel quale sono compresi anche i mancati guadagni
dei famigliari occupati nell'assistenza, del paziente se ancora 50-60enne,
la spesa per l'assistenza infermieristica ecc.
Sintomi della malattia
Quali sono i principali sintomi di questa malattia. Essi si dividono
in sintomi cognitivi e psichiatrici e sono riassunti nelle Tabelle 1 e
2: Inoltre, vi possono essere spesso dei sintomi neurologici
di cui i più frequenti sono le alterazioni del ciclo sonno-veglia
e in fase avanzata i disturbi della deglutizione.
Da queste tabelle risulta che la sintomatologia della malattia di Alzheimer
può essere molto complessa e rendere difficile la diagnosi che richiede
quindi una specifica competenza.
Non è questa la sede per esaminare i criteri diagnostici che
permettono di distinguere la demenza di Alzheimer da un lato dalle altre
forme di demenza e dall'altro da malattie psichiatriche. Va ricordato che
la demenza di Alzheimer rappresenta il 57% di tutte le demenze, seguita
da quella vascolare con il 13%. Essa è pertanto la forma più
frequente di demenza
Alterazioni anatomo-patologiche del cervello
questo punto possiamo chiederci quali sono le cause che determinano
la drammatica e complessa sintomatologia che abbiamo descritto. Cosa succede
nel cervello di un paziente affetto da questa malattia. La prima osservazione
che si può fare confrontando il cervello di un paziente colpito
da malattia di Alzheimer con quello di un soggetto normale della stessa
età è che è più piccolo, i solchi che delimitano
le circonvoluzioni cerebrali sono più profondi, i ventricoli cerebrali
sono più ampi. Ciò si può vedere sia al tavolo anatomico,
dopo la morte, sia in vita con le immagini ottenute con la risonanza magnetica
nucleare. L'esame istologico del cervello affetto da malattia di Alzheimer
mette in evidenza una impressionante serie di alterazioni istopatologiche,
descritte per la prima volta da Alzheimer e Perusini, elencate nella Tabella
3.
Cause e meccanismi patogenetici
La successiva domanda è: perché nel cervello del malato
di AD avvengono queste profonde alterazioni. Quali sono le cause, quali
i meccanismi del processo patologico?
Prima di tutto va precisato che esistono due tipi di malattia di Alzheimer,
quello famigliare e quello sporadico. Nel primo tipo la malattia
compare di generazione in generazione in molti membri della stessa famiglia.
Vi è una componente ereditaria, di natura genetica. La Scuola del
Prof. Amaducci ha contribuito alla identificazione di alcune di queste
famiglie e la biologia molecolare ha permesso di identificare e localizzare
i geni alterati. Oggi sappiamo che vi possono essere alterazioni nei cromosoma
21, 14,1 e 19 Tuttavia, le forme famigliari di malattia di Alzheimer sono
poco frequenti, la grande maggioranza dei casi sono sporadici, cioè
isolati, senza che le conoscenze attuali permettano di riconoscere una
causa genetica. Perché queste forme insorgano non è noto.
Sappiamo che i traumi cerebrali possono essere un fattore di rischio ma
gli studi epidemiologici non hanno permesso di identificare cause precise.
Le conoscenze attuali permettono tuttavia di ritenere che, sia nei casi
famigliari che genetici, la causa delle alterazioni cerebrali sia il depositarsi
nel cervello di una proteina alterata, la b-amiloide. Essa costituisce
la parte centrale delle numerosissime placche neuritiche che sono la caratteristica
istopatologica della malattia. Cominciano ad essere chiarite anche le alterazioni
enzimatiche che fanno si che la b-amiloide, normalmente presente nel cervello,
diventi insolubile e precipiti. Essa nella forma insolubile, fibrillare
è neurotossica ed è ritenuta responsabile della formazione
dei filamenti elicoidali che sotto forma di viluppi sono la seconda caratteristica
del cervello colpito da malattia di Alzheimer. Le placche inducono una
reazione infiammatoria con attivazione delle cellule gliali e produzione
di numerose sostanze dannose per le cellule, quali citochine, nitrossido,
radicali liberi, che concorrono sia alla formazione di nuove placche che
alla degenerazione dei neuroni. Tutto ciò costituisce quella che
viene chiamata la "cascata amiloide" e rappresenta l'ipotesi patogenetica
corrente. Poiché le ricerche in questo campo procedono rapidamente
e coinvolgono molti laboratori in Europa e Stati Uniti, i prossimi anni
dovrebbero dare una conferma definitiva a questa ipotesi. Ciò è
molto importante perché una vera terapia per la malattia di Alzheimer
potrà essere quella che impedisce la formazione delle placche.
Terapia
ra le molte cellule nervose che degenerano e muoiono nel cervello dei
pazienti affetti da Alzheimer, particolarmente vulnerabili sono i neuroni
colinergici del cervello anteriore. Le ragioni di questa vulnerabilità
non sono note ma fin dal 1976 è stato dimostrato che essi diminuiscono
fortemente, fino alla quasi totale scomparsa, nel cervello di soggetti
colpiti da malattia di Alzheimer. I neuroni colinergici sono così
chiamati perché comunicano con le altre cellule del cervello mediante
la liberazione dalle loro terminazioni di un neurotrasmettitore detto acetilcolina.
Nel cervello dei malati di Alzheimer manca quindi acetilcolina. I neuroni
colinergici posti in alcuni nuclei del cervello anteriore, quali il nucleo
basale di Maynert, il setto, la banda diagonale, hanno un ruolo fondamentale
in alcuni processi cognitivi, per esempio la memoria di lavoro, la memoria
spaziale e nel mantenere i livelli di attenzione. Ciò è stato
dimostrato sia nell'uomo che nell'animale da esperimento, come si può
vedere nella Tabella 4 nella quale è riassunto un esperimento condotto
dai miei collaboratori nel Dipartimento di Farmacologia dell'Università
di Firenze.
I livelli extracellulari di acetilcolina sono misurati mediante microdialisi,
il riconoscimento degli oggetti è espresso come rapporto fra il
tempo che il ratto dedica a esplorare un oggetto nuovo e quello dedicato
a un oggetto già visto 60 min prima. Le differenze fra ratti giovani
e vecchi e fra ratti vecchi trattati e non trattati sono statisticamente
significative.
I dati presentati mostrano che i ratti vecchi hanno livelli di acetilcolina
più bassi di quelli giovani e non sono più in grado di riconoscere
un oggetto visto 60 min prima. Pertanto anche negli animali vecchi vi è
una perdita di memoria, simile a quella che si riscontra nell'uomo, anche
senza l'insorgenza di una patologia cerebrale. Il trattamento con il metrifonato,
un farmaco che aumenta i livelli di acetilcolina ed è attualmente
sperimentato in clinica per la cura dell'Alzheimer, aumenta i livelli di
acetilcolina nei ratti vecchi e ripristina la capacità di riconoscere
un oggetto noto. Questo esperimento dimostra che gli animali da laboratorio
rappresentano un modello molto utile per lo studio dei meccanismi della
memoria e per dimostrare la potenziale utilità di nuovi farmaci.
Sulla base delle osservazioni che nei pazienti affetti da malattia
di Alzheimer vi è una degenerazione di alcuni gruppi di neuroni
colinergici e degli esperimenti condotti negli animali, dei quali è
stato dato un esempio, il primo tentativo terapeutico per migliorare i
disturbi cognitivi è stato quello di aumentare i livelli di acetilcolina.
Dei numerosi farmaci provati, a partire dall'inizio degli anni 80 in poi,
hanno dimostrato una certa efficacia gli inibitori delle colinesterasi.
Le colinesterasi sono gli enzimi deputati a distruggere rapidamente l'acetilcolina
liberata dalle terminazioni nervose in modoche un nuovo segnale possa passare
da una cellula nervosa all'altra.
Il primo inibitore delle colinesterasi messo in commercio negli Stati
Uniti e in pochi altri paesi nel 1995 è stata la tacrina (Cognex).
La sua tossicità, soprattutto epatica, ne ha frenato la diffusione
e non è mai stato registrato in Italia. Lo scorso anno è
stato introdotto in Italia il donepezil (Aricept o Memac) che si è
rivelato molto più maneggevole. Prossimamente dovrebbero essere
disponibili anche la rivastigmina e il metrifonato.
Un esempio dei risultati clinici che si possono ottenere con questi
farmaci è presentato nella Tabella 5.
Lo ADAS-Cog Test è una scala di valutazione dei disturbi cognitivi.
I numeri riportati nelle colonne placebo e linea di base indicano le differenze
alla fine del trattamento rispetto al punteggio all'inizio del trattamento
(linea di base) o rispetto a quello di un gruppo simile di pazienti trattati
con una sostanza inerte (placebo). Si può notare che il miglioramento
effettivo, rispetto alla linea di base, è molto piccolo mentre è
rilevante la differenza fra i soggetti trattati e i non trattati. Questo
significa che il decorso della malattia è stato rallentato dal trattamento
farmacologico. Pertanto con questa terapia sintomatica non dobbiamo attenderci
che il paziente riacquisti molto della memoria persa ma dobbiamo accontentarci
di stabilizzare la malattia. Se ciò permette al paziente di mantenere
un buon grado di autonomia nella vita quotidiana e di conservare un certo
livello di vita di relazione, il vantaggio per lui e per chi lo assiste
può essere rilevante. L'esame della tabella permette di rilevare
che l'efficacia terapeutica dei tre prodotti, nei soggetti che rispondono,
è simile ma che purtroppo solo una parte dei pazienti risponde alla
terapia.
Tuttavia un vero confronto fra i tre farmaci potrà essere fatto
quando saranno tutti tre in commercio e saranno stati usati da un maggior
numero di pazienti.
Numerosi altri farmaci sono stati proposti nel corso degli ultimi 20
anni per il trattamento dei disturbi cognitivi della malattia di Alzheimer,
dai nootropi, alle preparazioni di Ginko Biloba, alla selegilina. I risultati
ottenuti sono modesti e non sono mai stati condotte sperimentazioni cliniche
su larga scala, quali quelle eseguite con gli inibitori delle colinesterasi,
che abbiano convalidato la loro efficacia terapeutica.
Come abbiamo detto nei paragrafi precedenti, la malattia di Alzheimer
è caratterizzata non solo da sintomi cognitivi ma anche da
sintomi psichiatrici e neurologici. Per controllare questi sintomi possono
essere usati farmaci antidepressivi, antipsicotici e ipnotici. Sta al medico
curante identificare, fra i molti farmaci appartenenti a questi gruppi,
i più adatti alle condizioni del paziente.
Va tuttavia tenuto presente che l'uso di farmaci antipsicotici e ipnotici
è accompagnato in genere da un peggioramento dei sintomi cognitivi
per cui il medico curante e i famigliari si trovano spesso nella difficile
e dolorosa necessità di eliminare gli ultimi barlumi di memoria
e di identità personale di pazienti agitati, aggressivi, deliranti
per garantire il riposo e un minimo di tranquillità a chi li assiste.
La Tabella 6 elenca quelli che sono ritenuti i fattori protettivi nei
riguardi della malattia di Alzheimer, cioè i fattori che riducono
il rischio di esserne colpiti.
L'identificazione di questi fattori è basata principalmente
su studi di tipo epidemiologico. E' stato infatti visto che chi ha nel
plasma lipoproteine di tipo E2 ed E3 ha minore rischio di sviluppare la
malattia di Alzheimer di chi ha lipoproteine di tipo E4; queste differenze
hanno pertanto una base genetica. Ugualmente è stato visto che nei
soggetti che hanno frequentato le scuole superiori e l'università
vi è una minore incidenza di Alzheimer; se ciò sia dovuto
al fatto, sicuramente accertato, che l'apprendimento aumenta il numero
dei contatti fra cellule nervose e rende pertanto il cervello capace di
sopportare meglio i danni o ad altre ragioni, deve essere ancora chiarito.
E' stato invece ormai confermato che pazienti che hanno assunto farmaci
antinfiammatori per un lungo periodo di tempo, a causa di malattie di natura
osteoarticolare, per esempio, hanno un rischio minore di avere la malattia
di Alzheimer ed è stato anche dimostrato che il trattamento con
antinfiammatori rallenta il decorso della malattia. Si ritiene che ciò
sia dovuto al fatto che questi farmaci attenuano la risposta infiammatoria
indotta nel cervello dalle placche amiloidee, interrompendo il circolo
vizioso che abbiamo descritto più sopra. Sempre studi epidemiologici
hanno dimostrato un minor rischio di Alzheimer nelle donne che fanno o
hanno fatto uso di terapia sostitutiva con estrogeni nel periodo post-menopausa,
presumibilmente per un effetto trofico di questi ormoni sulle cellule nervose,
in particolare colinergiche. Infine, anche se le prove epidemiologiche
sono ancora molto limitate, si ritiene che l'assunzione di farmaci antiossidanti,
in particolare la Vitamina E, riduca il rischio e rallenti il decorso della
malattia di Alzheimer.
Ciò spinge una larga parte della popolazione anziana degli Stati
Uniti ad assumere quotidianamente larghe dosi di questa vitamina. Non ha
trovato invece alcuna conferma l'osservazione che il fumare possa essere
un fattore protettivo per l'azione della nicotina sulle cellule nervose.
Quali sono le speranze per il futuro ?
Dopo questa rapida analisi delle nostre conoscenze attuali, ci possiamo
chiedere quali sono le speranze di disporre in futuro di una cura della
malattia di Alzheimer A lungo termine: possiamo attenderci che la ricerca
sviluppi farmaci che agiscono sui meccanismi patogenetici della malattia,
ad esempio impedendo la deposizione di amiloide. Purtroppo, malgrado lo
sforzo di un gran numero di laboratori in Italia e all'estero, i tempi
per arrivare a questo risultato sono, prevedibilmente, dell'ordine di un
decennio.
A breve termine: un uso attento dei farmaci disponibili può 1)
portare ad un rallentamento del decorso della malattia ritardando la fase
nella quale il paziente perde completamente l'autosufficienza; 2) permettere
di controllare i sintomi psichiatrici e neurologici che più
pesano sui famigliari.
Inoltre un grande aiuto può venire dallo sviluppo di una rete
assistenziale, soprattutto sotto forma di centri per il ricovero diurno,
per la quale è fondamentale l'impegno dei politici che devono fornire
le risorse finanziarie.
In questi centri, alcuni dei quali sono in funzione con successo, si
possono utilizzare le terapie non farmacologiche, di tipo comportamentale,
con le quali si ottengono risultati importanti nel controllo dei sintomi
e si alleggerisce il peso assistenziale ed economico sulle famiglie.
Bisogna fare si che le famiglie non si sentano sole di fronte a una
malattia che, prendendo a prestito una frase del recente libro di Trabucchi
(M. Trabucchi, Le Demenze, UTET, Milano, 1998) è "una sfida al progresso"
in quanto è una conseguenza di quel progresso che ha portato in
un secolo l'aspettativa di vita da 40 a 76 anni.
Pertanto da un lato dobbiamo potenziare la ricerca biomedica, dall'altro
dobbiamo stimolare la solidarietà della società con un maggior
impegno del Servizio Sanitario Nazionale e delle strutture assistenziali
locali.
Per raggiungere questo dobbiamo sostenere l'opera dell'A.I.M.A., l'Associazione
Italiana Malattia di Alzheimer e ottenere l'attenzione e la partecipazione
dei politici e di tutti i cittadini.