LA MENTE RUBATA
BISOGNI
E COSTI SOCIALI
DELLA MALATTIA DI
ALZHEIMER
di Concetta M. Vaccaro
Responsabile del settore Welfare e diritti
di cittadinanza della Fondazione Censis
LA MENTE
RUBATA:
BISOGNI
E COSTI SOCIALI DELLA MALATTIA DI ALZHEIMER
1. Premessa
Questo contributo rappresenta la sintesi dei principali risultati di
una ricerca realizzata dal Censis nel corso del 1999, su una campione nazionale
di 802 caregiver di pazienti affetti da malattia di Alzheimer diagnosticata
e non istituzionalizzati.1
La ricerca, realizzata grazie al fondamentale contributo dell’Aima,
che ha consentito l’individuazione del campione e la realizzazione delle
interviste a coloro che hanno acconsentito partecipare allo studio, ha
avuto come obiettivo la verifica dell’ipotesi di forte coinvolgimento delle
famiglia nella cura e nell’assistenza del malato di Alzheimer ed ha scelto
di sottolineare il punto di vista del caregiver (cioè il familiare
responsabile della cura del malato che assiste in maniera continuativa)
nell’analisi delle caratteristiche e dell’impatto della malattia.
Il quadro emerso dall’indagine conferma in primo luogo il carattere
“familiare” della malattia di Alzheimer, e ciò in un duplice senso:
· intanto perché totale è risultato il coinvolgimento (e la scelta di tale coinvolgimento) della famiglia nella cura, nell’assistenza, nel sostegno psicologico e nella tutela del proprio congiunto, che la progressione della malattia rende non solo sempre più dipendente ma anche sempre più debole ed indifeso nei confronti di un mondo esterno che ignora o stenta a comprendere o teme gli effetti devastanti della malattia;
· a ciò si aggiunga l’estrema carenza dei servizi sanitari e socio-assistenziali di supporto ai sempre più pressanti bisogni di assistenza, che configurano i tratti di una delega praticamente totale alla famiglia nel trattamento di tali malati. L’insufficienza delle risposte istituzionali accentua il peso e le richiese esercitate dalla malattia sulla famiglia e acuisce il processo di isolamento di una famiglia abbandonata a se stessa e, in qualche caso, ne determina un destino complessivo di impoverimento e marginalizzazione.

2. I principali risultati
2.1. I malati e i caregiver: carattestiche della malattia e peso assistenziale
I dati, a partire dall’analisi del profilo socio-demografico dei malati
e dei caregiver, evidenziano le caratteristiche della malattia ed il suo
impatto sul nucleo familiare soprattutto in termini di assistenza ma anche
di coinvolgimento complessivo di tutti i membri e soprattutto del caregiver.
I risultati confermano, in larga misura, quanto già si conosce
della malattia:
· si tratta di una patologia con una relazione diretta molto significativa con l’età dei pazienti ( i malati fino a 55 anni rappresentano il 2,9% del campione mentre i pazienti oltre 75 anni sono il 45,8%);
· le donne sono colpite in misura più rilevante rispetto agli uomini (esse rappresentano il 68% del campione);
· la malattia ha un impatto diretto sulla vita lavorativa dei malati obbligando coloro che sono ancora nel mercato del lavoro a ridurre la propria presenza o, più frequentemente, ad uscirne. Infatti nonostante a causa dell’età sia prevalente la quota di pensionati (58,7%), gli intervistati ancora occupati (pari al 12% circa del campione) in quasi la metà dei casi hanno dovuto abbandonare il lavoro, mentre tutti (comprese ad esempio le casalinghe) indicano in una percentuale vicina alla metà dei casi (48,7%) che l’insorgenza della malattia li ha costretti ad una drastica revisione della propria attività lavorativa.

Anche le indicazioni ottenute in merito alle caratteristiche cliniche
dei pazienti evidenziano altri punti degni di attenzione.
In merito al tempo trascorso tra la fase di insorgenza dei primi sintomi
e la diagnosi di Alzheimer, la media del campione fa riferimento a circa
30 mesi ed aumenta leggermente per le classi di età più anziane
(tab.1).
Tuttavia, considerando la distribuzione dei casi per il periodo trascorso
tra i due momenti a fronte del 38,3% di casi diagnosticati entro un anno
dall’insorgenza dei primi sintomi (concentrate, come è prevedibile,
nelle classi di età più giovanili, dove l’insorgenza dei
primi sintomi della malattia desta comunque più allarme che in soggetti
di età più avanzata) va rilevato che una quota altrettanto
consistente di casi (38,8%) fa riferimento ad un intervallo di tempo che
va dai 2 ai 6 anni. Inoltre, il 33% degli intervistati segnala di avere
incontrato difficoltà nell’ottenere la diagnosi per il paziente.
Tutto ciò conferma il carattere subdolo dell’esordio, la lenta
progressione della malattia, la possibilità che non si distingua,
specie in una fase iniziale, la sintomatologia della malattia da alcuni
disturbi legati all’invecchiamento e la difficoltà sia del paziente
che del familiare nel rendersi conto (e nell’accettare) l’insorgenza e
l’aggravarsi della malattia.
L’ultimo elemento che va ricordato in merito all’analisi degli aspetti
clinici, valutati nel questionario attraverso l’interpretazione mediata
dei caregiver, concerne l’ampiezza della gamma dei sintomi citati e delle
funzioni che risultato compromesse anche a stadi non particolarmente avanzati
della malattia.
Come è noto, il quadro sintomatologico della demenza comporta
l’alterazione progressiva di una serie di aspetti comportamentali e cognitivi
e delle normali capacità di far fronte alle attività della
vita quotidiana.
La gamma e la frequenza dei sintomi richiamati rappresentano un buon
indicatore non solo del livello di gravità della malattia, cui si
è giunti comunque attraverso l’utilizzo di una variabile sintetica
in grado di tener conto della situazione complessiva dei sintomi sia cognitivi
che comportamentali che funzionali, ma anche della complessità dei
bisogni e delle funzioni di assistenza richieste in presenza di determinati
comportamenti e livelli di dipendenza.
Ad esempio, con riferimento alla situazione sotto il profilo funzionale2,
il 58,7% circa dei pazienti risulta dipendente rispetto alla pulizia personale
(fare il bagno o la doccia), il 50,2% non sa vestirsi autonomamente, il
47,8% è dipendente per le necessità della toletta personale.
La funzione meno compromessa è quella della mobilità
(58,5% è indipendente), seguita dall’alimentazione (55,4% di indipendenti);
per quel che concerne la continenza, al 45,6% di indipendenti fa riscontro
un 38,3% di dipendenti.
In ogni caso le indicazioni sulla ricorrenza di tali sintomi forniscono
un quadro abbastanza esauriente delle necessità di cura e di assistenza
di tali pazienti, che richiedono in significative percentuali un sostegno
continuato nello svolgimento dei compiti quotidiani, una certa sor-
veglianza, forme di rassicurazione e sostegno psicologico ripetute
che impattano in modo consistente sul caregiver e sulle risorse psicologiche
e fisiche che egli è in grado di investire nella assistenza al familiare.
E, ancora, l’importante gamma di funzioni coinvolte e più o
meno parzialmente compromesse richiamano il quadro di una patologia non
solo invalidante ma dal forte impatto emotivo sia sulla famiglia che sul
paziente che perde ogni giorno che passa un po’ della sua mente e
un po’ di se stesso fino al punto di non riconoscersi più e di apparire
un mistero anche per i suoi cari.
Un singolo dato può essere utile per esprimere molto sinteticamente
le dimensioni e l’onerosità dell’impegno dei caregiver: i familiari
dei malati di Alzheimer dedicano mediamente sette ore al giorno all’assistenza
diretta del paziente e quasi undici ore alla sua sorveglianza3 (tab.2).
Inoltre, l’assistenza ai malati di Alzheimer si configura come una
attività che, per una parte importante dei caregiver, si aggiunge
allo svolgimento di altri ruoli: professionali, familiari, genitoriali,
con tutte le conseguenze che comporta sulla dimensione affettiva, la disponibilità
di tempo, lo stress psicofisico.

Infatti, dalle indicazioni relative al quadro socio demografico relativo ai caregiver (tab.3) emerge che:
· l’assistenza è offerta in prevalenza da donne con fami- glia e figli che, soprattutto nei casi di malattia grave, ospitano il malato in casa. Infatti il 73,8% dei caregiver è di sesso femminile e la percentuale di donne cresce al crescere della gravità della malattia degli assistiti (coloro che assistono malati gravi sono, per l’81,2%, donne);
· le famiglie dei malati assumono una grandissima parte del carico assistenziale, con un impegno crescente all’aggravarsi della malattia. La dimensione dell’impegno delle famiglie risulta evidente considerando che l’elevata percentuale (oltre il 65%) di situazioni in cui il caregiver convive col malato sale ad oltre 2/3 circa dei casi per le situazioni di malattia grave.
· un ruolo essenziale nella rete assistenziale è esercitata dalla solidarietà inter generazionale visto che i figli e, soprattutto, le figlie dei malati sono i soggetti più attivi. Infatti , i caregivers sono, nel 49,6% dei casi, figli/e degli assistiti e nel 34,1% partner/coniuge.
· i caregiver si trovano in prevalenza in età attiva (il 31,9% ha età fino a 45 anni, il 38,2% ha tra 46 e 60 anni), mentre il 17,9% ha tra 61 e 70 anni ed il 13% addirittura oltre 70 anni. Dal punto di vista professionale emerge che il 31,9% dei caregiver è pensionato, il 27,7% casalinga, il 20,6% impiegato/insegnante, il 5,7% artigiano/commerciante ed il 4,4% professioni-sta/dirigente fino ad un totale di lavoratori pari al 25% circa del campione.

2.2. Ruolo del caregiver e impatto dei servizi
Più in particolare, in merito all’impatto della situazione di
malattia del congiunto sulla condizione di vita del caregiver (tab.4)
meritano di essere brevemente richiamati due aspetti.
Il primo riferimento è alle conseguenze sulla salute fisica.
La maggioranza degli intervistati lamenta sonno insufficiente, stanchezza,
anche notevole, ed effetti negativi sullo stato di salute generale con
un’aumentata fragilità fisica. Ben il 33,6% dei rispondenti (pari
al 21,6% del campione) ammette di avere cominciato ad assumere farmaci
da quando si prende cura del malato e nel 79,9% dei casi si tratta di psicofarmaci:
ansiolitici, antidepressivi e ipnoinduttori.
Il secondo concerne l’impatto sulla vita lavorativa: tra coloro che
hanno avuto effetti negativi sul lavoro per gli impegni ed i problemi legati
all’insorgere dell’Alzheimer presso un familiare (26% circa), è
emerso che il 66,7% ha dovuto lasciare il proprio lavoro (nel caso delle
donne la percentuale sale al 71,7%; il 10,3% ha dovuto chiedere il part-time,
il 10,3% ha dovuto cambiare attività all’interno dello stesso lavoro).
E’ poi interessante notare che tra coloro che lavorano fuori casa,
il 27,5% ha dichiarato che nell’ultimo mese ha dovuto rinunciare a recarsi
al lavoro per assistere il paziente per un numero medio pro-capite di ore
lavorative perse pari a 21 ore circa a livello nazionale.
Più in generale va sottolineato che l’impatto economico della
malattia sul caregiver e sulla sua famiglia è particolarmente rilevante
e si esercita sia sul versante delle entrate, con la riduzione della capacità
di produrre reddito, che su quello delle uscite, con le spese direttamente
sostenute per l’assistenza. La spesa privata delle famiglie di fatto finanzia
gran parte degli acquisti di servizi e prestazioni connessi con l’assistenza
ai malati con una spesa diretta media, secondo le indicazioni degli stessi
caregiver, di oltre 10 milioni di lire l’anno. Una cifra che rappresenta
solo la punta dell’iceberg di un costo sociale totale molto più
elevato e stimato fra i 90 e i 100 milioni di lire.
A questi costi, in qualche modo quantificabili e addirittura monetizzabili,
si devono aggiungere, infine, quei costi definiti “intangibili” e rappresentati
dal carico psicologico cui il caregiver è sottoposto.

In sostanza, i nuclei familiari coinvolti per l’insorgere della malattia
presso un congiunto sono stati costretti a mettere in campo risorse aggiuntive
rispetto a quelle necessarie per portare avanti le ordinarie attività,
ed a ridefinire gli equilibri familiari (affettivi, di gestione delle risorse)
alla luce delle esigenze assistenziali del malato, peraltro crescenti con
l’aggravarsi della malattia.
A fronte di tale situazione, il rapporto tra la famiglia e la rete
istituzionale dei servizi appare deludente e persino preoccupante se si
considera che proprio i servizi ritenuti più utili dagli intervistati
sono quelli giudicati più carenti (tab.5): i centri medici in grado
di affrontare i problemi posti dalla malattia di Alzheimer sono pochi e
disomogeneamente diffusi sul territorio;

· i Centri Diurni e i servizi erogati al domicilio del paziente (Assistenza Domiciliare Integrata; Ospedalizzazione Domiciliare; Assistenza Domiciliare Socio-Assistenziale) rappresentano, anch’essi, un’offerta molto limitata e circoscritta solo a certe aree del Paese;
· i farmaci di nuova generazione, che potrebbero alleviare i deficit cognitivi e funzionali e rallentare la progressione della malattia, sono, tranne alcune rare eccezioni, a totale carico del paziente;
· le esperienze di ricovero (sanitario e non) e l’offerta di ricoveri temporanei di “sollievo” appaiono molto limitate;
· inoltre, l’informazione disponibile sulla malattia, sugli specialisti, sui servizi sanitari e socioassistenziali e sulle associazioni cui è possibile rivolgersi risulta del tutto carente (tabb. 6 e 7);
· infine, la diagnosi precoce e l’intervento tempestivo, sia a livello farmacologico che terapeutico in senso più ampio, cioè riabilitativo e assistenziale, risultano di fatto poco sviluppati.
La risposta insufficiente dei servizi acuisce il peso che la malattia
impone al malato ed alla sua famiglia e non appare in grado di assicurare
interventi tempestivi che, già al momento attuale, consentirebbero
di migliorare le condizioni del malato, di ritardare nel tempo l’aggravarsi
della situazione e dell’impatto assistenziale, di migliorare la qualità
della vita del malato e dei suoi congiunti, di risparmiare risorse
economiche e sociali individuali e collettive.
Di fronte alla evidente incapacità o impossibilità per
le istituzioni di farsi pienamente carico delle esigenze dei malati e alla
disponibilità dei familiari di assumersi gran parte dell’impegno
assistenziale, si presenta allora come praticabile e auspicabile l’ipotesi
di un sostegno che si realizzi attraverso modalità diverse da quelle
tradizionali, concepite per far fronte a patologie di tipo acuto. Accanto
all’indispensabile sviluppo dei servizi domiciliari e dei centri di riferimento
medici per l’Alzheimer, sgravi fiscali, aiuti economici, programmi
di educazione e gruppi di incontro sono tutti strumenti che potrebbero
dare una risposta più efficiente ed efficace alla sfida posta dalle
nuove patologie cronico-degenerative, migliorando la qualità della
vita dei caregiver e delle loro famiglie, ritardando l’istituzionalizzazione
del paziente e riducendo drasticamente il rischio di quel destino
di isolamento e di marginalizzazione che è al momento l’orizzonte
più comune per i malati di Alzheimer e le loro famiglie.
Note:
1 Censis, La mente rubata. Bisogni e costi assistenziali
della malattia di Alzheimer. Franco Angeli, Mi, 1999
2 Tale situazione è stata valutata, sempre attraverso
le indicazioni del caregiver circa il livello di dipendenza ed indipendenza
del paziente nello svolgimento delle attività della vita quotidiana,
attraverso il noto indice delle ADL, indice dell’autonomia funzionale nelle
attività della vita quotidiana. E’ lo strumento più usato
per misurare le abilità nelle attività quotidiane di base,
creato da Katz S., Ford A.B., Moskowitz R.W., Jackson B.A., Jaffe M.W.
(1963) “The index of ADL: A standardized measure of biological and psychosocial
function.” J Am Med Assoc, 185: 914-919.
3 Per “assistenza diretta” si intendono le attività
rivolte direttamente al paziente e alla sua cura. Con il termine “sorveglianza”
si fa riferimento al tempo trascorso con il paziente, tempo dedicato anche
allo svolgimento di altre attività.
L’11 dicembre 1999 la stampa nazionale
riportava l’annuncio, da parte del Mini-
stro Rosy Bindi, dell’avvio di un Proget-
to Alzheimer del Ministero della Sanità..
Il Progetto prevedeva due azioni, uno
studio sui trattamenti farmacologici ed
una sperimentazione di modelli
organizzativi e assistenziali.
Lo stesso giorno l’A.I.M.A. indirizzava
ai giornali un comunicato stampa, nel
quale segnalava “forti perplessità ri-
guardo allo studio sui trattamenti
farmacologici”.
A questa iniziativa, l’A.I.M.A. ha fatto
seguire una raccolta di firme, organizza-
ta il 6 gennaio nelle principali città ita-
liane, per sottoscrivere una petizione al
Parlamento Italiano affinché venisse
riconosciuto “il diritto fondamentale
dell’accessibilità alla diagnosi e alla
terapia più appropriata”.
Premessa
Molte patologie correlate all’invecchiamento sono destinate ad assumere,
nei prossimi anni, un peso crescente nella nostra società, sia in
termini di carico sociale che di spesa sanitaria.
Tra queste, l’Organizzazione Mondiale della Sanità segnala le
demenze, e in particolare, la malattia di Alzheimer che ne costituisce
circa il 50%. Il principale fattore di rischio fino ad oggi accertato è
l’età: la stima di prevalenza nella popolazione anziana italiana
indicano che circa il 9% degli ultrasessantacinquenni ne è affetto.
I dati numerici relativi al nostro Paese segnalano quasi 500.000 persone
affette da Alzheimer nel 1999.
Attualmente la malattia di Alzheimer non è guaribile, ma può
certamente essere affrontata in modo da prendersi cura globalmente dei
soggetti colpiti, perchè globale e progressivo è il coinvolgimento
della persona, il deterioramento delle sue capacità di autonomia
e l’impatto pesante sul suo ambiente di vita. Non va dimenticato, infatti,
che la stragrande maggioranza (80 - 90%) dei soggetti affetti da demenza
si trova a domicilio; anche l’eventuale istituzionalizzazione avviene dopo
un lungo periodo (in media, almeno sei anni) di assistenza in famiglia.
Risulta quindi evidente che la qualità di vita del malato e,
cosa altrettanto importante, della sua famiglia viene ad essere fortemente
influenzata dalla disponibilità di supporti e di servizi adeguati.
A questo proposito si evidenzia che ogni azione volta ad affrontare
la problematica dell’Alzheimer non può prescindere dalla forte integrazione
degli interventi sociali e sanitari, poichè i bisogni espressi dai
portatori di tale patologia sono inevitabilmente misti.
Obiettivi generali
Sulla base di tale premessa, il Ministero della Sanità propone
un Progetto di ricerca per il potenziamento e la riqualificazione dell’assistenza
ai pazienti affetti da Alzheimer.
Il progetto prevede la sperimentazione di modelli organizzativi e assistenziali
volti al miglioramento delle condizioni di vita e di salute degli anziani
affetti da Alzheimer, nonchè la realizzazione di uno studio osservazionale
di fase IV su nuovi trattamenti farmacologici.
Il progetto, che prevede il coinvolgimento del Dipartimento della Programmazione,
del Diparatimento per la Valutazione Medicinali e la Farmacovigilanza e
del Dipartimento della Prevenzione del Ministero della Sanità, è
realizzato - nell’ambito delle attività di ricerca finanziate
dal Ministero - in collaborazione con gli IRCCS, gli istituti e i centri
coinvolti nell’assistenza agli anziani.
Il progetto sarà sviluppato lungo due principali linee di attività:
1. sperimentazione di modelli organizzativi che prevedano la
realizzazione di una rete di servizi, territoriali e ospedalieri;
2. realizzazione di uno studio osservazionale su nuovi farmaci.
Più in generale, il progetto si propone di realizzare i seguenti
obiettivi:
· identificare, anche attraverso una fase di sperimentazione
controllata, i percorsi diagnostico-terapeutici e riabilitativi di maggiore
efficacia;
· garantire una diagnosi precoce per una corretta risposta ai
bisogni sanitari e alla domanda di assistenza;
· promuovere un’adeguata formazione del personale sanitario,
favorendo anche l’organizzazione di momenti di aggiornamento comune con
le famiglie e con associazionismo e volontariato;
· favorire la permanenza della persona a domicilio, garantendo
tutti i suupporti assistenziali e tecnici atti a faciliarla;
· fornire la risposta di tipo residenziale quando non si possa
contare (per assenza o temporanea indisponibilità) sul nucleo familiare
opportunatamente aiutato.
Contenuti del programma
Il programma prevede lo sviluppo delle seguenti linee di intervento:
a) Studio sui trattamenti farmacologici
Nell’ ambito del progetto, viene attivato uno studio di fase IV per
verificare nella pratica clinica corrente e nel contesto assistenziale
reale il profilo di beneficio-rischio dei nuovi farmaci per l’Alzheimer
approvati a livello comunitario.
Lo studio ha le seguenti caratteristiche e finalità:
· lo studio dovrebbe produrre dati non limitati alla valuazione
del profilo di beneficio-rischio “attribuibile alla popolazione”, ma anche
fornire un quadro epidemiologico della frazione di popolazione che può
trarre vantaggio dal trattamento, tenendo conto della diversità
di contesti di cura e di vita;
· la durata prevista dello studio è di 12 mesi compresa
la raccolta, l’elaborazione e la pubblicazione dei dati;
· gli IRCCS specializzati in questa patologia e i centri specialistici
(che saranno individuati d’intesa con le regioni in modo da garantire accessibilità
a tutti i pazienti interessati) documentano la diagnosi che giustifica
l’arruolamento dei pazienti, la prescrizione e la distribuzione dei farmaci;
· i medici di medicina generale partecipano direttamente al
progetto, collaborando alla valutazione degli esiti del trattamento, alla
raccolta degli effetti collaterali, dei drop-outs (pazienti che interrompono
la somministrazione) e all’esame dell’aderenza al protocollo (“compliance”);
· il coordinamento dello studio è affidato al Dipartimento
per la valutazione dei Medicinali e la Farmacovigilanza che provvede d’intesa
con le Regioni, la CUF e gli esperti del settore, alla definizione del
protocollo di studio, alla raccolta dei dati e alla loro elaborazione.
b) Sperimentazione di modelli organizzativi e assistenziali
Il programma prevede l’individuazione e la sperimentazione di modelli
organizzativi e assistenziali volti a realizzare i seguenti obiettivi di
migliorametno delle condizioni di vita dei malati e dei loro familiari:
anticipare la diagnosi,
· mediante un adeguato dimensionamento regionale di centri per
i disturbi cognitivi, finalizzati alla diagnosi precoce e, di conseguenza,
all’immissione tempestiva nel circuito assistenziale;
favorire la permanenza a domicilio,
· promozione di interventi informativi e di educazione alla
salute, rivolti alla popolazione generale e miranti a favorire la cultura
dell’assistenza a casa, intesa come “nicchia ecologica” che mantiene il
soggetto più a lungo vitale ed autonomo;
· potenziamento dell’Assistenza Domi-ciliare Integrata, da perseguire
mettendo in atto tutti i meccanismi volti a favorire l’integrazione socio-sanitaria
e prevedendo anche il concorso delle istituzioni e degli organismi a scopo
non lucrativo;
aiutare a convivere con la malattia
· sostegno di iniziative di sperimentazione di forme innovative
e di assistenza, opportunatamente sottoposte a valutazione e validazione,
generalizzabili a contesti diversi e soluzioni caratterizzate da un buon
rapporto costo/efficacia;
· organizzazione di unità funzionalmente dedicate, il
cui numero deve essere dimensionato sul fabbisogno di ciascuna Azienda
Unità Sanitaria Locale, che siano in grado da garantire: ospitalità
temporanea (per alcune settimane l’anno, per esigenze personali o familiari);
ospitalità diurna quotidiana (5 o 6 giorni/settimana: per interventi
volti alla conservazione del più alto grado possibile di autonomia);
ospitalità permanente per soggetti senza alternative di assistenza
a domicilio;
formare il personale
· promozione di adeguata formazione del personale sanitario
sullo specifico della patologia, favorendo anche tutte le iniziative di
aggiornamento congiunto con gli operatori delll’assistenza, con le famiglie
e con il volontariato;
promuovere l’informazione e la partecipazione
· coinvolgendo le regioni, le associazioni dei malati e i medici
di medicina generale.
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il comunicato stampa dell’A.I.M.A. dell’11 dicembre 1999
L’Associazione Italiana Malattia di Alzheimer, grata al Ministro della
Sanità on. Rosy Bindi per l’impegno assunto nei confronti dei malati
di Alzheimer e delle loro famiglie cui ha dato seguito con innegabile tempestività
ed efficacia, ritiene suo compito istituzionale assumere una posizione
chiara e definita nei confronti del “Progetto di ricerca per il potenziamento
e la riqualificazione dell’assistenza ai pazienti affetti da Alzheimer”,
presentato dal Ministro venerdì u.s. - 10 dicembre -
L’A.I.M.A. plaude agli obiettivi che il progetto si propone e in particolar
modo sottolinea l’importanza della diagnosi precoce per una corretta risposta
ai bisogni sanitari.
L’A.I.M.A. inoltre fa suo il programma che prevede l’individuazione
e la sperimentazione di modelli organizzativi e assistenziali volti a realizzare
i fondamentali obiettivi di miglioramento delle condizioni di vita dei
malati e dei loro familiari. Nello specifico l’A.I.M.A. coglie l’assoluta
efficacia del programma che pone l’accento su:
· l’adeguato dimensionamento regionale dei centri
· l’immissione tempestiva nel circuito assistenziale
· la promozione di interventi informativi
· il potenziamento dell’ADI e il favorire l’integrazione socio-sanitaria
· la sperimentazione di forme innovative di assistenza
· l’organizzazione di unità funzionalmente dedicate dimensionate
sul fabbisogno di ciascuna AUSL
· la necessità di ricoveri di sollievo e di centri “riabilitativi”
volti alla conservazione delle capacità residue
· la formazione del personale
· il coinvolgimento di figure e ruoli oggi quasi del tutto assenti,
quali le regioni e i medici di medicina generale.
L’A.I.M.A. per contro vuole segnalare forti perplessità
riguardo allo studio sui trattamenti farmacologici, sperando che le stesse
vengano considerate contributo attivo alla discussione:
a) l’eccessivo ritardo con il quale detto studio viene proposto rispetto
all’immissione sul mercato italiano dei farmaci in oggetto e agli studi
esistenti alivello comunitario di ben più lunga durata rispetto
ai 12 mesi previsti
b) la prevedibile discriminazione di una gran parte di popolazione
interessata se a un numero necessariamente limitato di centri viene attribuito
non solo un ruolo di documentazione di diagnosi, ma anche di prescrizione
e distribuzione dei farmaci. (È grave colpa dimenticare che alcune
Regioni italiane spiccano nel panorama del Paese per carenza di centri
“esperti” e per assenza quasi totale di strutture adeguate o dedicate.)
c) il ruolo attribuito ai medici di medicina generale ignora la situazione
attuale di quasi totale estraneità di questa peraltro fondamentale
figura professionale, nell’individuazione della patologia, nella conoscenza
dei trattamenti, nell’indicazione di percorsi terapeutici e assistenziali
adeguati ai pazienti
d) un sospetto di rischio dei farmaci in oggetto che va ad essere accertato
soltanto dopo due anni di libera somministrazione a una buona parte di
popolazione interessata, e dopo l’immissione in fascia rimborsata in tanti
paesi europei ed extra europei
e) una comunicazione ambigua alla stampa su detto studio che induce
e provoca attese inusitate nelle famiglia, attribuendo alle aziende farmaceutiche
interessate il patrocinio di tale studio.
L’A.I.M.A. non può non sottolineare che in questi due anni,
quali che siano stati i motivi che le hanno mosse, le Aziende hanno messo
i farmaci a disposizione gratuita dei pazienti che non potevano sostenere
la spesa, per tutta la durata del trattamento, informando e sostenendo,
con chiarezza e trasparenza, operatori e famiglie che ne avessero fatto
richiesta.
L’A.I.M.A. si confessa sconcertata per la inappropriatezza della risposta
sui trattamenti farmacologici, tanto più evidente in quanto presentata
con un programma puntuale, affidabile e acuto sull’individuazione e la
sperimentazione di modelli organizzativi e assistenziali.
L’A.I.M.A. spera ci sia spazio per una discussione approfondita che
tenga conto, in tutti i campi, dei bisogni dei pazienti e delle famiglie,
e ribadisce la speranza che le valutazioni espresse vengano considerate
un contributo attivo a tale discussione.
i giornali di sabato11 dicembre 1999
LA REPUBBLICA
Farmaci gratis per Alzheimer ed epatite C
In breve il via alla sperimentazione
IL MESSAGGERO
Alzheimer: Gratis due farmaci
LA STAMPA
MORBO DI ALZHEIMER
Due nuovi farmaci gratis a tutti i pazienti.
IL MATTINO
Alzheimer ed epatite C.
Nuovi farmaci gratuiti.
Dal 2000 la sperimentazione
ROMA - Partirà fra due mesi circa il progetto Alzheimer
che metterà a disposizione, gratuitamente, due nuovi farmaci (Donepezil
e Rivastigmina) a tutti i pazienti che soffrono della malattia in forma
lieve e moderata. I farmaci saranno distribuiti gratuitamente per 12 mesi,
per il tempo necessario a completare la sperimentazione di fase 4 (quella
allargata dopo che il farmaco è già entrato in commercio)
dei due prodotti. Ad annunciarlo è stato il ministro della Sanità
Rosy Bindi, che ha anche illustrato le altre iniziative previste dal progetto
per la cura e l’assistenza di questi malati che in Italia raggiungono il
mezzo milione. Il Progetto Alzheimer, per il quale sono stati messi a disposizione
100 miliardi, prevede due livelli di azione: uno studio sui trattamenti
farmacologici e la sperimentazione di nuove forme di assistenza.
I farmaci (già registrati in classe C e acquistabili in
farmacia) saranno messi a disposizione gratuitamente dalle aziende, ha
spiegato il ministro, per tutto il tempo della sperimentazione (che durerà
da un anno). Al termine di questa, il ministero, sulla base dei risultati
raccolti, deciderà se inserire questi prodotti fra quelli a carico
del servizio sanitario nazionale. I farmaci oggi sono a completo carico
dei cittadini e il trattamento mensile costa, come nel caso del Donepezil,
oltre le 400 mila lire. [ANSA]
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ai Presidenti di Camera e Senato
Milano, 10 gennaio 2000
Al Presidente della Camera dei Deputati
Al Presidente del Senato della Repubblica
Oggetto: Petizione Popolare per l’immediata rimborsabilità
dei farmaci per la Malattia di Alzheimer
Egregio Presidente,
da più di due anni, ormai, i malati di Alzheimer e i loro familiari
sono in attesa di veder riconosciuto il loro diritto alla tutela della
Salute. Questo diritto per loro significa pari opportunità
di accesso alla diagnosi ed alla terapia più appropriata.
Ad oggi, la Malattia di Alzheimer non può essere curata, ma
esistono farmaci specifici, autorizzati dal Ministero della Sanità
come farmaci sintomatici per il trattamento della Malattia di Alzheimer.
Si tratta di farmaci, ormai in commercio da alcuni anni, che rallentano
il decorso della malattia e restituiscono al paziente ed ai familiari una
migliore qualità di vita.
Questi farmaci, rimborsati in quasi tutti i Paesi europei, in Italia
sono a totale carico dell’assistito, con costi che gravano sulle famiglie,
già pesantemente impegnate nel difficile compito di assistere 24
ore su 24 il malato.
Durante tutto questo periodo, come Associazione, ci siamo impegnati
in una difficile opera di sensibilizzazione dell’opinione pubblica, di
informazione, di orientamento. Abbiamo organizzato incontri scientifici
con autorevoli esperti per aprire un confronto costruttivo e concreto,
sempre aspettando che le istituzioni sanitarie preposte facessero le valutazioni
di loro competenza al fine di rimborsare i farmaci specifici.
Signor Presidente, vi è urgenza di una risposta immediata, concreta
e positiva alla nostra richiesta che non è più soltanto la
richiesta di una categoria di malati, ma è diventata una domanda
collettiva, che attraversa il nostro Paese nella sua totalità e
che testimonia la solidarietà e l’attenzione politica di tutta la
società civile.
Riponiamo, pertanto, la nostra ultima speranza nell’esercizio di questa
petizione popolare - sottoscritta da più di 31.000 cittadini sinora
- un atto di democrazia diretta riconosciuto dalla nostra Costituzione,
per chiedere con forza la rimborsabilità immediata dei farmaci per
la Malattia di Alzheimer.
A Lei, e a quanti sono deputati a garantire la volontà popolare,
chiediamo di dare un giusto ed immediato seguito a questa petizione, attivando
quanto prima tutti i possibili meccanismi previsti per dare finalmente
una risposta risolutiva ad un diritto fondamentale.
Cordiali saluti.
Patrizia Spadin,
Presidente A.I.M.A.
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L’associazione Italiana Malattia di Alzheimer con i familiari dei malati e con i cittadini che vogliono essere al loro flanco si rivolge ai sensi degli articoli 1 e 50 della nostra Costituzione, al Parlamento Italiano per veder riconosciuto il diritto fondamentale dell’accessibilità alla diagnosi e alla terapia più appropriata. |