L'EDITORIALE
 
 

La qualità della vita non ha età!

Nell’esperienza dell’AIMA, le commissioni per l’accertamento dell’invalidità trovano spesso difficoltà nella valutazione delle capacità di autonomia di persone affette da malattia di Alzheimer o demenza. Ricordiamo che il riconoscimento del diritto all’indennità di accompagnamento non è una conseguenza automatica del riconoscimento di invalidità, neanche nel caso di un accertamento di invalidità del 100% (l’Alzheimer n.1, aprile ’98). L’indennità, indipendente dal reddito, è prevista nel caso che il richiedente presenti almeno una delle seguenti condizioni:
· impossibilità a deambulare senza l’aiuto permanente di un accompagnatore;
· necessità di assistenza continua non essendo in grado di compiere gli atti quotidiani della vita.
Le commissioni mediche delle ASL svolgono un ruolo che non si limita all’esame della documentazione presentata, ma prevede la valutazione diretta delle condizioni di invalidità, valutazione che nei casi di demenza non può essere fatta in maniera obiettiva in assenza di specifiche competenze. Intanto, per la malattia di Alzheimer, la diagnosi viene espressa come probabile malattia di Alzheimer, poiché la diagnosi certa può essere ottenuta solo con un esame autoptico, e quindi post mortem, il che tuttavia non vuol dire che la persona non sia affetta da una forma di demenza. 
 Difficoltà nell’accertamento dell’invalidità possono derivare anche dal riscontro dei parametri di gravità poiché nella certificazione medica la fase della malattia può essere definita intermedia, anche se la compromissione delle facoltà cognitive è di fatto grave. Infine spesso il malato, rendendosi conto di dover superare una prova, si sforza di dare di sé l’immagine migliore possibile, portando la commissione a sottovalutare la gravità dei sintomi, quando non addirittura a sospettare una simulazione. Il diritto ad una valutazione competente è stato riconosciuto recentemente dalla Legge (l’Alzheimer n.5, giugno ’99) che oggi prevede che l’interessato, i suoi familiari o il medico di famiglia possano chiedere la presenza in commissione di uno specialista in geriatria. Non sempre, tuttavia, le Aziende Sanitarie sono in grado di garantire questo diritto.
 Ma il problema non è solo di competenze. Ci chiediamo infatti se sia giusto, mentre si cerca sempre più di non identificare lo stato di vecchiaia con uno stato di malattia, valutare la gravità delle condizioni del malato in relazione alla sua età: non ha forse una persona di 80 anni o più lo stesso diritto alla qualità della vita di una persona più giovane? Ci chiediamo poi se sia eticamente corretto valutare l’adeguatezza del sistema di accertamento dell’invalidità su basi statistiche, quando il rispetto di un diritto richiede una attenzione al singolo caso.
 Per non parlare degli atteggiamenti delle commissioni provinciali di verifica che denotano nel migliore dei casi una burocratica disattenzione ai bisogni individuali e familiari.
 Non sarebbe il caso di affrontare, nell’ambito della riorganizzazione dei servizi socio - assistenziali, il problema dell’adeguamento dei modi di operare delle commissioni, in modo da garantire per quanto possibile l’obiettività delle valutazioni, ma in ogni caso la considerazione ed il rispetto della persona?
Manlio Matera 
Presidente dell'A.I.M.A. di Firenze