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QUALE INNOVAZIONE
NEL RAPPORTO CON L’ALZHEIMER?
Cosa ci potrà mai essere di innovativo quando si intenda parlare
di esseri umani, dopo gli infiniti secoli di riflessioni, scoperte e ripetizioni
su di loro? E per di più quando si voglia restringere l’ambito a
coloro fra di essi che sono coinvolti nell’Alzheimer, malattia che riporta
ai primordi del genere umano piuttosto che ai suoi progressi? Quale innovazione
potrebbe mai essere introdotta in una reltà dove la relazione con
se stessi e con gli altri è così mutilata dai suoi principi
basilari come la memoria della propria identità, la capacità
di proteggersi dai pericoli, la posssibilità di gestire la più
semplice delle vite quotidiane? Eppure di innovazione si può parlare,
anzi si deve, perchè proprio questa mancanza di appigli per un andamento
“tradizionale”, in cui le malattie si curano e si guarisce, o dopo un po’
di tempo se ne muore, ci spinge a cercarne in luoghi del pensiero e dell’azione
meno consueti, forse più faticosi del tran tran abitudinario, ma
indispensabili per non venire travolti dalla sfiducia, dalla disperazione,
dal cinismo. Eccoci dunque costretti a guardare ad una malattia ed a valutarne
contemporaneamente le problematiche fisiche, psicologiche e sociali che
essa implica e produce. E non solo pensando che lo “psicologico” accade
“dentro” le persone ed il “sociale” “fuori” di esse, ma a cercare di comprendere
come l’individuo ed il contesto in cui esso vive, e le interazioni che
fra loro si creano, ed il risultato di esse su ambedue...ed altro, ed altro
ancora siano il tutt’uno su cui riflettere, su cui farsi domande, a cui
dare delle risposte. Questa forse l’innovazione necessaria: riconoscere
teoricamente la necessità, e praticamente la nostra capacità
di guardare al particolare mentre si guarda al generale e viceversa, di
mettere a fuoco in contemporanea le dimensioni del problema e di dialogare
con esse, tutte loro, in tempo reale. E’ un’operazione che coinvolge tutta
la nostra cultura, quella che si richiede: accettare di guardare agli attori
di questa scena di vita, l’Alzheimer e le sue problematiche, non solo per
il ruolo che essi ricoprono - il malato, il familiare, l’operatore dell’assistenza,
l’organizzatore dei servizi, il politico... Ma principalmente come persone
legate fra loro dalla comune necessità che sia mantenuta la fiducia
nelle regole condivise del gioco del vivere sociale, per la difesa della
integrità personale di ognuno di essi all’interno del rapporto con
gli altri. Dove cioè la competenza a convivere e la competenza organizzativa
siano comprese come correlate ed interdipendenti, base unitaria della relazione
individuo-contesto e della realizzazione di benessere e della persona e
della comunità in cui essa vive. |
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