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Educarsi all'Alzheimer 

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50127 Firenze

lo Psicologo
M A R I A G R A Z I A F R O S A L I 
2 OTTOBRE 1999
QUALE INNOVAZIONE NEL RAPPORTO CON L’ALZHEIMER?

Cosa ci potrà mai essere di innovativo quando si intenda parlare di esseri umani, dopo gli infiniti secoli di riflessioni, scoperte e ripetizioni su di loro? E per di più quando si voglia restringere l’ambito a coloro fra di essi che sono coinvolti nell’Alzheimer, malattia che riporta ai primordi del genere umano piuttosto che ai suoi progressi? Quale innovazione potrebbe mai essere introdotta in una reltà dove la relazione con se stessi e con gli altri è così mutilata dai suoi principi basilari come la memoria della propria identità, la capacità di proteggersi dai pericoli, la posssibilità di gestire la più semplice delle vite quotidiane? Eppure di innovazione si può parlare, anzi si deve, perchè proprio questa mancanza di appigli per un andamento “tradizionale”, in cui le malattie si curano e si guarisce, o dopo un po’ di tempo se ne muore, ci spinge a cercarne in luoghi del pensiero e dell’azione meno consueti, forse più faticosi del tran tran abitudinario, ma indispensabili per non venire travolti dalla sfiducia, dalla disperazione, dal cinismo. Eccoci dunque costretti a guardare ad una malattia ed a valutarne contemporaneamente le problematiche fisiche, psicologiche e sociali che essa implica e produce. E non solo pensando che lo “psicologico” accade “dentro” le persone ed il “sociale” “fuori” di esse, ma a cercare di comprendere come l’individuo ed il contesto in cui esso vive, e le interazioni che fra loro si creano, ed il risultato di esse su ambedue...ed altro, ed altro ancora siano il tutt’uno su cui riflettere, su cui farsi domande, a cui dare delle risposte. Questa forse l’innovazione necessaria: riconoscere teoricamente la necessità, e praticamente la nostra capacità di guardare al particolare mentre si guarda al generale e viceversa, di mettere a fuoco in contemporanea le dimensioni del problema e di dialogare con esse, tutte loro, in tempo reale. E’ un’operazione che coinvolge tutta la nostra cultura, quella che si richiede: accettare di guardare agli attori di questa scena di vita, l’Alzheimer e le sue problematiche, non solo per il ruolo che essi ricoprono - il malato, il familiare, l’operatore dell’assistenza, l’organizzatore dei servizi, il politico... Ma principalmente come persone legate fra loro dalla comune necessità che sia mantenuta la fiducia nelle regole condivise del gioco del vivere sociale, per la difesa della integrità personale di ognuno di essi all’interno del rapporto con gli altri. Dove cioè la competenza a convivere e la competenza organizzativa siano comprese come correlate ed interdipendenti, base unitaria della relazione individuo-contesto e della realizzazione di benessere e della persona e della comunità in cui essa vive.