E' solo degli anni più recenti un indirizzo razionale della terapia farmacologica della sindrome psicorganica di invecchiamento, intesa come l'insieme delle modificazioni cognitive, emozionali e comportamentali dovute ad alterazioni della struttura e del biochimismo neuronali. Ha contribuito al ritardo di una impostazione razionale del problema (cui si contrappone il successo "farmacologico" nel morbo di Parkinson e nella depressione senile) il pregiudizio di una teoria "vascolare" di questa sindrome psico-organica, dell’importanza cioè pressoché totalizzante data all’insufficienza cerebrovascolare nella genesi di disturbi cerebrali cronici, del valore risolutivo conferito cioè "all’arteriosclerosi cerebrale", riconosciuta poi come diagnosi più comune ed infondata della pratica medica.

Un sospetto, tuttavia, è che anche "l'Alzheimer" possa avviarsi sulla stessa strada diagnostica, da quando -cioè- la sicurezza della diagnosi istopatologica è stata sostituita o soppiantata da altri strumenti.

Operazione, questa che richiamerebbe alla mente gli effetti "Luca e Matteo" (i due Evangelisti) di cui, in campo psichiatrico, sono esempi clamorosi gli attacchi di panico, la fobia sociale, il disordine ossessivo-compulsivo.

Ridimensionata la rilevanza epidemiologica della genesi ischemica a una frequenza del 10-20%, quale è quella con cui si evidenziano forme dichiaratamente vascolari (ictus cerebrali e demenze multinfartuali), la patogenesi della sindrome psicorganica di invecchiamento viene correlata ad una compromissione primitiva del biochimismo e della struttura neuronale. Ciò non esclude, tuttavia, che questa forma a patogenesi primitivamente degenerativa, dai confini nosografici talora incerti e sfumati, ponga problemi di differenziazione, talora di non immediata soluzione nei confronti della sindrome di invecchiamento fisiologico, delle forme multinfartuali e della depressione senile.

Tralasciando gli aspetti "strutturali" (perdita di neuroni, riduzione delle sinapsi, ipertrofia della glia), che trascendono da ogni possibilità di intervento terapeutico utile, è nozione qui pertinente che per gli aspetti metabolici della sindrome psicoorganica di invecchiamento possono schematicamente distinguersi due ordini di livelli:

 

   

(a) - L'integrità della membrana e la normalità degli eventi biochimici che vi si svolgono sono pregiudiziali, a livello cerebrale, alla trasduzione dei messaggi ed alla integrazione neuronale. L'invecchiamento cellulare si caratterizza con un depauperimento del corredo fosfolipidico delle membrane (progressivamente sostituito da colesterolo) e con il conseguente irrigidimento del cosiddetto "mosaico fluido". Tecniche recenti hanno consentito di misurare la microviscosità di membrane neuronali, con il quale si correla la possibilità di adattamento delle proteine recettoriali nell'ambito della struttura fosfolipidica, e di constatare un aumento di questa viscosità nell'invecchiamento.

Con quello della composizione lipidica vi è il coinvolgimento di attività enzimatiche, sia a livello di neurone che di glia e quindi della omeostasi neurone-glia.

 

(b) - Il riscontro di un deficit della funzione colinergica nel cervello senile, oltre che nelle forme francamente alzheimeriane , è nozione di non nuova acquisizione, ormai circostanziata da diversi ordini di rilievi e di conoscenza comune.

La perdita della memoria, sintomo precoce e dominante, appare infatti proporzionalmente correlata di colino-acetiltransferasi, reperto biochimico "marker" della senilità cerebrale, sia fisiologica sia, a maggior ragione, patologica.

Sulle lesioni biochimiche che si instaurano a carico del corredo fosfolipidico della membrana e della neurotrasmissione acetilcolinica, un ruolo riparatore può riconoscersi alle potenziali funzioni biologiche della lecitina, cui si attribuisce una attività rispettivamente preventiva sul processo involutivo delle membrane e curativo sul difetto colinergico. E’ da sottolineare pero’ che la strategia terapeutica rivolta alla prevenzione, più’ che alla cura dei processi di invecchiamento, deve oggi considerare, insieme ai farmaci direttamente rivolti alla neuro-trasmissione (colinomimetici e dopaminomimetici) e ai calcio modulatori, anche i farmaci attivi sul metabolismo e sulla fluidità’ di membrana.

 

Sul versante delle influenze sui sistemi di neuro trasmissione si può, in termini generali, premettere che il potenziamento della disponibilità dei precursori, consentendone l’utilizzazione secondo le esigenze fisiologiche circostanziali, vale a prevenire eventuali scompensi che possono conseguire alla somministrazione protratta e "forzata" degli agonisti diretti.

Quello colinergico sembra essere il più suscettibile fra i sistemi neurotrasmettitoriali, di un approccio terapeutico di questo genere. L’integrazione di colina e di fosfatidil-colina alla dieta infatti, si è correlata ad un miglioramento del comportamento in età senile della memoria, a riduzione della discinesia tardiva, oltre che ai positivi risultati osservati in forme francamente demenziali.

In questo contesto si inserisce l’impiego terapeutico del DONEZEPIL, il primo inibitore selettivo dell’acetilcolina cerebrale, che potrebbe rappresentare il primo farmaco mono-etiopatogenetico della malattia di Alzheimer.

Detto questo emerge tutta una serie di interrogativi in ordine al tema della terapia precoce.

Precoce in senso temporale o clinico ?

E quando e come e per quanto ?

E ancora, dal momento che il cervello "vecchio o invecchiato" è una galassia di alterazioni funzionali, metaboliche e vascolari, recettoriali, neurotrasmettitoriali, istologiche, per non parlare poi dell’esaurimento della pulsione genetica (di cui non sembra si voglia tener conto) non appare semplicistico, se non utopico, il SUCCESSO STABILE con ricorso ad una terapia mono-etiopatogenetica ?

In questi interrogativi a nostro avviso sta tutta "L’AMBIGUITA’ DEL TRATTAMENTO NEUROPSICOTROPO" delle demenze in genere.

Ambiguità che appare una costante di questo aspetto clinico-terapeutico, se non si affronterà il problema di cui si discute in questi giorni con metodologia sperimentale, che veda gruppi omogenei in senso clinico e ambientale di soggetti trattati per anni , nei confronti di uguale popolazione, tenendo conto dei fattori ereditari neuropsichiatrici.

Il "miracolo terapeutico" del diabete e dello stesso Parkinson non sembra sia ancora ipotizzabile, alla luce delle conoscenze e dei mezzi terapeutici attuali.

Non siamo ancora al "proiettile magico" di HERLICH.

Forse ci stiamo avvicinando all’inizio di una fine ancora atemporale.

 


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