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Seconda Conferezza Nazionale dell'AIMA
13 - 15 marzo 1998
Roma
Abstract degli interventi
L'infermiere ed il malato Alzheimer
D.A.I. Francesco Cima
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- La presa in carico
La presa in carico del paziente Alzheimer prevede da parte dell'inferimiere
l'assunzione di forme di autonomia e responsabilità assistenziali
importanti, derivanti dalla complessità del quadro assistenziale
e dalla prospettiva di ingravescenza progressiva della malattia.
Purtroppo l'approccio dell'inferimiere al paziente Alzheimer spesso
avviene quando il quadro clinico è conclamato ed il malato ha perso
quasi totalmente l'autonomia funzionale. Questo "ritardo" nell'intervento
assistenziale è dovuto sia alla inadeguatezza delle strutture socio-sanitarie
del nostro paese che non prevedono forme strutturate ed articolate di diagnosi
precoce, di prevenzione e di controllo del rischio Alzheimer, ma anche
ad una carenza della cultura gerontologica infermieristica.
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Due sono sostanzialmente le modalità che caratterizzano la presa
in carico del paziente Alzheimer da parte dell'inferimiere.
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Intrisecamente, "la presa in carico" prevede una visione globale del paziente,
un approccio olistico in cui la cura del corpo, le emozioni e le sensazioni
del paziente, l'ambiente strutturale e sociale, le relazioni affettive
con i familiari e non ultimo le componenti economiche del nucleo familiare
assumono un'importanza fondamentale tali da diventare "strumenti" del progetto
assistenziale. Questa modalità assistenziale, relativamente recente,
deriva dall'interpretazione della concezione olistica di Marilyn Ferguson,
che si andata affermando in Europa verso gli anni '80, in contrapposizione
al concetto di salute biomedico radicalizzato in Italia fin dai primi '800
e che ha influenzato le forme restrittive l'evoluzione della prassi infermieristica.
L'infermiere assume di conseguenza la funzione di facilitatore: accompagna
il paziente attraverso un percorso progettato, valorizzando la sua dimensione
esistenziale, le sue soggettività, supportando e guidando il familiare
in una dimensione spazio-temporale non definita a priori, dove l'efficacia
della cura passa in secondo piano rispetto alle sue esigenze reali e contingenti.
Tale progetto inizia usualmente a domicilio, percorre i servizi socio-assistenziali
territoriali, fino al ricovero in ospedale, nelle RSA e non ultimo nelle
lungodegenze.
L'umanizzazione del progetto assistenziale infermieristico si realizza
concretamente attraverso modalità specifiche di relazione tattilo-verbale
con il paziente.
La cura del gesto, nel rapporto assistenziale, è importante:
non deve essere un "toccare gnostico", il tocco rude, frettoloso, spesso
duramente invasivo e lesivo dell'intimità usato dall'infermiere
nella pratica assistenziale, ma un "toccare pathico", dove il gesto accoglie,
consola, lenisce e contemporaneamente riceve elementi da utilizzare per
migliorare la conoscenza dei bisogni del paziente. La cura del corpo del
paziente ed ogni pratica infermieristica, se condotte con questo significato,
diventano "terapeutiche".
Si può allora ipotizzare che ai 14 bisogni fondamentali del paziente,
identificati da Virginia Ilarderson quali elementi progettuali del piano
assistenziale infermieristico, se ne aggiunga un 15°: il bisogno di
contatto corporeo.
Se la gestualità assume tale importanza nella relazione infermiere-paziente
Alzheimer, non meno determinante è la comunicazione verbale e non
verbale. L'espressione della voce, il parlare pacato, l'evitare atteggiamenti
imperativi ed aggressivi, l'essere adeguatamente ripetitivi nelle proposte,
tutte queste modalità sono alla base di ogni intervento assistenziale.
"La cura infermieristica" quindi deve tradursi in un progetto assistenziale
in cui l'infermiere combattecontro la malattia sa solo, ma anche con il
malato, con il carer e con tutta l'equipe multidisciplinare, assumendo
via via ruoli fortemente dinamici: di facilitatore, di consolatore, si
sostitutore negli atti della vita quotidiana che non possono essere compiuti
dal paziente o dal familiare, di osservatore attento dell'evoluzione del
caso ed infine di relatore dei fenomeni osservati agli altri operatori
del gruppo.
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Ne discende che la determinazione del piano assistenziale prevede la partecipazione
dell'infermiere al progetto globale di intervento formulato dall'equipe
multidisciplinare non solo con il contributo della propria competenza specifica,
ma con i risultati dell'osservazione continua e protratta nel tempo del
paziente e del suo contesto socio-ambientale: i segni e sintomi della progressione
della malattia, le relazioni familiari, i nuovi bisogni di cura, in definitiva
tutte quelle nuove problematiche che richiedono l'intervento degli altri
operatori del gruppo.
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Per la formulazione del piano assistenziale, l'infermiere utilizza la metodologia
del processo scientifico finalizzato al soddisfacimento dei bisogni del
paziente.
Tuttavia, per la specificità della patologia, l'applicazione del
modello di Virginia Handerson (teoria dei bisogni) richiede necessariamente
una interpretazione dei bisogni ed una specificazione dei contenuti di
ciascuno di essi; pensiamo all'esigenza di soddisfare il bisogno di alimentarsi
del paziente di Alzheimer, che risulta una delle attività quotidiane
che imane molto a lungo nel tempo, grazie alla gestualità automatica
utilizzata per portare il cibo alla bocca. L'inferimiere dovrà attivare
(o istruire il carer) una serie di accorgimenti: l'utilizzo di stoviglie
che il paziente riconosce, la medesima disposizione degli oggetti sul tavolo,
l'eliminazione di oggetti che possono essere pericolosi, mettere poco cio
ed appetibile sul piatto, sminuzzare il cibo, controllare che il paziente
si alimenti adeguatamente per evitare rischi di deperimento organico o
di anoressie irreversibili.
Va sottolineato che la formulazione di un piano assistenza richiede
una metodologia del lavoro moderna, che si avvale di strumenti operativi
specificatamente professionali, quali la cartella infermieristica, il piano
di lavoro ed anche struemnti di valutazione iniziale, ricorrente e finale,
quali, ad esempio, la scala di Norton per la valutazione dei rischi di
lesioni da decubito, la scheda di mobilizzazione dei decubiti; oppure altri
strumenti valutativi usualmente utilizzati nella diagnostica medica, ma
la cui ricorrente applicazione può essere demandata agevolmente
all'infermiere: la scala di valutazione nutrizionale (mini nutritional
assesment), la scala Tinetti per la valutazione dei rischi di caduta, il
Physical Performance Test, la scala ADL e IADI.
I bisogni del paziente Alzheimer
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respirare normalmente;
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mangiare e bere adeguato;
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eliminare i rifiuti del corpo;
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muoversi e mantenere una posizione desiderta;
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dormire e riposare;
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mantenere la temperatura corporea a livello normale, scegliendo il vestiario
adeguato e modificando l'ambiente;
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tenere il corpo pulito, curare i capelli, la barba e i vestiti sistemti
e proteggere il tegumento;
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comunicare con gli altri gestualmente e verbalmente, esprimendo emozioni
, bisogni, paure, desideri;
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essere aiutato rendersi conto di ogni risultato raggiunto;
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partecipare a forme di ricreazione;
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ricevere tutte le cure diagnostiche e terapeutiche necessarie;
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essere adeguatamente sostenuto fino ad una morte serena;
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evitare i pericoli derivanti dall'ambiente e limitare i rischi per se'
e gli altri.
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L'adattamento dell'ambiente, specie quello domestico, diventa strumento
per l'attuazione del piano assistenziale, al fine di facilitare il mantenimento
ed il potenziamento delle capacità residue del paziente.
Ecco che la professione diventa "arte" (Martha Rogers, una teoria infermieristica,
asserisce che la professione infermieristica è "arte e scienza"),
cio inventiva, sensibilità, capacità di identificare le risorse
disponibili e di tradurle ai fini assistenziali, capacità di adattarsi
alle situazioni. E' importante che il progetto di adattamento ambientale
venga formulato sia insieme al terapista della riabilitazione, deputato
istituzionalmente alla scelta dei presidi e degli ausili idonei ed alla
definizione del loro maggiore utilizzo, sia concordato con il familiare
di riferimento. Non è infatti da sottovalutare che alcuni necessari
interventi strutturali possono modificare il normale assetto domestico,
provocando resistenze nei familiari: dall'eliminazione di oggetti che possono
essere pericolosi per il paziente, alla protezione delle finestre, alla
semplice trasformazione di un letto matrimoniale in un letto singolo.
L'instaurare una buona relazione con il carer è determinante
per il successo del progetto assistenziale.
Il piano assistenziale deve essere accuratamente presentato al familiare
che è richiamato a collaborare attivamente alla sua realizzazione.
Il progetto educativo e di coinvolgimento messo in atto dall'infermiere
può essere ostacolato dalla condizione di stress fisicopsichico
del carer, che vorrebbe essere totalmente sostituito dall'infermiere e
nello stesso tempo non ritiene di dover modificare le proprie abitudini
ed i propri atteggiamenti nei riguardi del paziente.
Una progressiva reciproca conoscenza, messaggi educativi parcelizzati
nel tempo, il riconoscimento della competenza professionale, la valorizzazione
delle azioni del carer, sono queste alcune modalità per raggiungere
gli obiettivi previsti.
- Le difficoltà dell'operatore
E' indubbio che la presa in carico da parte dell'infermiere del
paziente Alzheimer presenta una serie di problematiche;
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la difficoltà di instaurare una relazione con il paziente: sono
necessari costanza e tempo, un tempo che il paziente Alzheimer non esiste
e di contro scandisce il lavoro infermieristico ed è determinante
per la determinazione della "produttività". Inoltre la patologia
del paziente è tale che gli obiettivi "positivi" sono minimi e raggiungibili
solo a lungo termine, provocando nell'operatore un impegno psicologico
importante. A questo si aggiunge, nella fase della perdita di autonomia
del paziente, un notevole impegno fisico da parte dell'inferimiere con
i conseguenti rischi di patologie da sforzo (lombosciatalgie da sforzo
professionale).
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la difficoltà nell'adattamento dell'ambiente, specie quello domiciliare,
sia per le carenze strutturali, sia per la difficoltà di reperire
risorse per la realizzazione dei cambiamenti, sia per la complessità
delle pratiche burocratiche necessarie per ottenere presidi ed ausili protesici.
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la difficoltà di relazionarsi con il care. Spesso il familiare di
riferimento è la figlia o la nuora, comunque una donna in età
critica o già aanzata, con problemi personali e familiari, gravemente
provata dal rapporto quotidiano con il paziente, combattuta fra la
dedizione al proprio congiunto e l'opposizione degli altri componenti il
gruppo familiare che vorrebbero l'istituzionalizzazione del paziente.
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la difficolta di carattere tecnico-professionale: se non esiste la coesione
nel gruppo di lavoro, l'operatore entra in crisi, perchè si sente
solo a dover sopportare il peso di problematiche assistenziali spesso complesse.
Inoltre l'infermiere sente l'esigenza di utilizzare nuove metodologie di
lavoro, strumenti valutativi e modelli assistenziali innovativi che teoricamente
conosce, ma spesso non sa adattarli allo specifico assistenziale o non
trova nei propri colleghi anziani più esperti o nei propri superiori
una adeguata condivisione od una consulenza specifica. Difficoltà
che si riscontrano anche a livello di assistenza ospedaliera, dove il semplice
"accudimento" tende ad esaurire la funzione infermieristica. Molto ci attendiamo
dall'entrata in funzione delle R.S.A. e dalla diffusione dei day hospital
geriatrici.
La possibilità di entrare in burn out è scontata.
Come ovviare?
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Utilizzando nei reparti di degenza l'avvicendamento del personale ogni
6 mesi od almento cambiare periodicamente la turnazione ed a domicilio
alternare il personale infermieristico ogni 4-5 mesi;
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rafforzare la coesione del gruppo interdisciplinare;
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utilizzare la figura dello psicologo del gruppo, quale elemento di sostegno
e di recupero dell'equiilibrio psicologico degli operatori che si occupano
di persone con Alzheimer.
Prevedere l'aggiornamento del personale dei servizi geriatrici e la
sperimentazione di nuove tecnologie attraverso seminari ricorrenti in corso
di lavoro o corsi di aggiornamento almeno due volte l'anno.
La formazione del personale inferimieristico dell'area geriatrica, alla
luce delle nuove competenze, diventa un imperativo talmente determinante
da assumere valore deontologico.
Il nuovo profilo dell'infermiere prevede la formazione complementare
in area geriatrica, una formazione i cui contenuti non sono ancora delineati,
ma che sono oggetto di seria attenzione da parte degli organismi e delle
associazioni professionali.
L'affinamento della competenza permette all'operatore di valutare razionalmente
la propria disponibilità ad occuparsi di questo particolare paziente
(elemento essenziale per la realizzazione di un'assitenza qualitativamente
adeguata) e fornisce allo stesso strumenti per controllare l'emotività
ed il coinvolgimento psicologico nella relazione con il paziente.
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Last Update 26 / 03 / 1998
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